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Le imprese straniere in Italia

di Mirko Spadoni

alitalia1Etihad conta di chiudere la trattativa con Alitalia a breve: “entro fine luglio”, come ribadito mercoledì dal CEO della compagnia emiratina, James Hogan. Pochi giorni quindi e salvo imprevisti la società araba acquisterà il 49% di Alitalia. Molti i soldi investiti: 1.250 miliardi di euro (560 per la ricapitalizzazione e 680 in investimenti entro il 2018). Resta comunque ancora da risolvere – attraverso un accordo con i sindacati – la questione legata agli esuberi, passati dai 2.251 previsti inizialmente agli attuali 1.635.
“Se c’è bisogno di più tempo – ha comunque rassicurato Hogan – questo è previsto nei piani”. Piani ambiziosi, accolti con favore dal ministro dei Trasporti Maurizio Lupi (“E’ finalmente un progetto credibile per far tornare Alitalia ad essere una compagnia di bandiera che compete nel mondo”) ma che non convincono del tutto l’Unione europea. Bruxelles vuole evitare una violazione del regolamento del 2008 (n. 1008, art. 4) che pone come condizione per detenere l’autorizzazione a solcare i cieli dell’Ue il fatto di essere almeno per il 50% controllati da un’entità comunitaria che abbia “la effettiva gestione” del vettore. Nel frattempo nella giornata di mercoledì Alitalia ha raggiunto un’intesa con le banche per la ristrutturazione del debito. Etihad si appresta quindi a investire con forza nel nostro Paese, emulando quanto fatto dalla statunitense Whirpool che solo la settimana scorsa ha acquistato la Indesit. Il nostro Paese quindi attrae ancora gli investitori stranieri. Nonostante tutto.

“Fare impresa” in Italia
Secondo un rapporto del Fondo monetario internazionale (The Global Competitiveness Index), che classifica le economie del mondo in base a diversi indicatori volti a misurarne la competitività, quella italiana occupa il 49° posto. Pur ottenendo ottimi risultati nell’indicatore che valuta la “qualità delle imprese”, il nostro Paese viene inserito – assieme a Spagna, Portogallo e Grecia – tra quelli con maggiori criticità. Tra i diversi fattori negativi c’è l’eccessiva rigidità del mercato del lavoro (137° posto), i livelli di criminalità organizzata e le interferenze sul sistema giudiziario, che abbassano la fiducia degli investitori (102° posto). L’Italia si piazza invece al 65° posto su 185 nel Doing Business 2014 della Banca mondiale, che valuta i Paesi in base alla loro capacità di favorire la nascita – e l’esistenza – di un’impresa. Un risultato non paragonabile a quello della Germania, prima economia nella zona euro (21 esimo posto), e influenzato soprattutto dalla pressione fiscale. Un imprenditore in Italia è chiamato ad effettuare 15 pagamenti all’anno (contro i 12 della media Ocse) e ad impiegare 269 ore l’anno (contro una media di 175). Mentre per quanto riguarda tasse e contributi sul lavoro paga il doppio rispetto a quanto accade altrove: il 43,4% contro la media del 23,1%. Eppure molte sono le imprese straniere presenti nel nostro Paese.

Quante sono e quanto producono le imprese straniere in Italia
A fine 2011 le imprese a controllo estero in Italia erano – escluse le attività finanziarie e assicurative – 13.527, di queste 2.250 erano statunitensi, circa 2.000 tedesche e 1.814 francesi (dati Istat). Ovvero lo 0,4% delle oltre 4 milioni di aziende presenti nel Paese (l’1,6% in meno rispetto al 2010) e che, come osservato qualche settimana fa dall’economista di Bnp Paribas Paolo Ciocca, generavano un fatturato “prossimo ai 500 miliardi di euro, con 96,6 miliardi di valore aggiunto” (+3,3% rispetto al 2010, secondo l’Istat).
A differenza delle imprese nostrane, quelle straniere hanno una dimensione media maggiore (88,6 addetti contro 3,5), investono mediamente il doppio (oltre 11 mila euro per addetto) e impiegano complessivamente 1,2 milioni di lavoratori, circa il 7% della forza lavoro complessiva. Ogni singolo addetto crea poi un valore aggiunto pari a 81mila euro, circa il doppio rispetto a un addetto di un’azienda a controllo nazionale. “Limitando l’analisi alle grandi imprese – osserva Ciocca – il valore aggiunto per addetto di quelle a controllo estero è superiore di circa il 20%”. L’Italia potrebbe/dovrebbe fare di più, perché i risultati ottenuti finora non sono forse sufficienti: il nostro Paese attira infatti soltanto l’1,6% di tutti gli investimenti esteri realizzati nel mondo. Peggio di Spagna (3,5%) e Francia (5,5%).

 

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