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Quanto abbiamo perso con la crisi

di Matteo Buttaroni

censis_crisi_economicaAl contrario dei risparmiatori europei, che rispetto al periodo pre-crisi hanno registrato nel complesso un aumento del 7% della propria ricchezza, il dato italiano si è mostrato anche in questo caso in calo. Tenendo conto che la maggior parte della ricchezza europea è concentrata in Germania, Italia, Francia e Regno Unito, il nostro Paese, registra un peggiore andamento rispetto alle maggiori economie dell’Unione. Gli italiani si sono impoveriti dunque del 7% a fronte di una perdita dello 0,2% riportata dal Regno Unito e di una crescita del 18% in Germania e dello 0,2% in Francia. Ancora meglio, secondo lo studio della banca Julius Bauer, ha fatto la Svizzera con un +68%.
Una causa dell’impoverimento degli italiani è sicuramente la pressione fiscale che tra il 2000 ed i 2013 ha contribuito a far crollare i redditi delle famiglie dei lavoratori dipendenti di 8.312 euro. Una dinamica che però non ha toccato le famiglie dei professionisti e degli imprenditori, per le quali il reddito disponibile è cresciuto di oltre tremila euro.
Stando ad uno studio della Fisac Cgil se la pressione fiscale fosse rimasta ai livelli degli anni ’80, chi oggi porta a casa 1300 euro al mese avrebbe in realtà un salario di 1.600 euro. 300 euro in più che significano 3.500 euro di tasse pagate in più all’anno.
La Confcommercio parlerebbe addirittura di redditi pro capite fermi a 30 anni fa: ad oggi il reddito individuale è di 17.400 euro annui, più o meno come nel 1986 (quando erano si attestava a 17.200 euro l’anno).
Tra il 2008 ed il 2012 (fonte Ocse) il reddito pro capite degli italiani si è ristretto di 2.400 a fronte dei 1.100 euro persi nella media dell’area dell’euro. Non solo, il calo registrato in Italia per i redditi del 10% della famiglie più povere è il nono nell’area. In questo caso il reddito pro capite annuo italiano è sceso dai 6.700 euro pre-crisi ai 5.600 del 2012. Nell’Unione europea la fascia con lo stesso potere d’acquisto percepisce oggi 7.700 euro e 7.100 nell’area dell’Ocse.
Il paradosso, tutto italiano, è che mentre quel 10% di popolazione più povero ha riscontrato una perdita nel reddito del 12% tra il 2008 ed il 2010, il 10% più ricco ha perso solo il 2%. Come spiega l’Organizzazione parigina “la diminuzione dei redditi in Italia riflette la debolezza del sistema di previdenza sociale nel rispondere alle necessità di quanti hanno perso il lavoro o hanno visto il loro reddito da lavoro contrarsi”. Una debolezza che fa sì che meno di quattro disoccupati su dieci percepiscano un sussidio di disoccupazione. Stessa debolezza che rende l’Italia, insieme alla Grecia, l’unico Paese europeo “privo di un comprensivo sistema nazionale di sussidi rivolti ai gruppi a basso reddito. Allo stesso tempo, le famiglie relativamente più abbienti hanno maggior accesso ai benefici dal sistema di protezione sociale rispetto ad ogni altro Paese in Europa”.
L’Italia è anche il terzo Paese, dopo Regno Unito e Stati Uniti, con le più alte disuguaglianze nella distribuzione dei redditi. Secondo i dati dello studio Gini-Growing inequality impact dell’Unione europea, basato appunto sull’indice Gini (l’indice può variare tra 0 e 1.0 equivale a redditi del Paese perfettamente equilibrati e 1 a redditi in mano ad una sola persona), il valore dell’Italia sarebbe pari a 0,34 (segno che le disuguaglianze dei redditi sono aumentate notevolmente rispetto al 1992 quando l’indice si attestava a 0,27) mentre quello degli Stati Uniti è pari a 0,38 e quello del Regno Unito a 0,35.
Il Giappone si piazza subito dopo l’Italia con un valore pari a 0,33. Appena sopra lo 0,31 della Spagna e della media Ocse. In ordine troviamo poi Germania (0,30), Olanda e Francia (0,29), Belgio (0,27), Austria, Svezia e Repubblica Ceca (0,26) e, a chiudere la top ten, Norvegia e Danimarca (0,25).
Disuguaglianze emergono anche sul fronte degli stipendi. Nel nostro Paese, secondo un’analisi della Cgil, il salario netto mensile si attesta in media a 1.300 euro. Quello di un giovane neolaureato (fino ai 35 anni) si aggira tra gli 800 e i mille euro, mentre oltre sette milioni di persone percepiscono meno di mille euro. Secondo lo studio lo stipendio annuo di un lavoratore dipendente è di 28.593 euro mentre quello di un top manager può superare gli oltre sei milioni di euro.
Disuguaglianze si notato anche sul fronte della ricchezza. Tornando allo studio Julius Bauer l’1% dei super-ricchi italiani detiene il 21% della ricchezza totale del Paese, contro il 15% del Regno Unito, della Grecia e dell’Olanda.

 

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