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Patto sociale, ripartiamo dai volti

di Carlo Buttaroni

crisi_persone“Dobbiamo saper scongiurare il rischio che la crisi economica intacchi il rispetto di principi e valori su cui si fonda il patto sociale sancito dalla Costituzione […] Sussiste oggi l’esigenza di confermare il patto costituzionale che mantiene unito il Paese e che riconosce a tutti i cittadini i diritti fondamentali e pari dignità sociale e impegna la Repubblica a rimuovere gli ostacoli che limitano la libertà e l’eguaglianza.”
Ho voluto riportare questi due passaggi del discorso d’insediamento del Presidente della Repubblica perché mi sembrano quelli più rappresentativi del suo pensiero e del messaggio che ha mandato a tutti gli italiani. Sergio Mattarella è, come si usa dire in questi casi, un uomo delle istituzioni; solido dal punto di vista etico e capace, come pochi altri, di rappresentare al meglio i principi costituzionali che ha richiamato con forza nel suo intervento. Se ne sentiva il bisogno. Perché nel buio della tempesta economica che stiamo attraversando, dalla quale non siamo ancora usciti, i valori e i principi incardinati nella nostra Carta fondamentale sono stati troppo spesso sacrificati sull’altare delle emergenze, del necessario, della governabilità. Un allontanamento che è diventato, neanche troppo velatamente, insofferenza nei confronti dell’architettura costituzionale. Sotto questo punto di vista il discorso di Mattarella, per chi crede che l’aggettivo “moderno” non confligga con il sostantivo “diritti” è stato un ritorno al futuro. E tornare alla Costituzione e ai suoi principi ispiratori, per quanto paradossale possa sembrare, sarebbe la vera riforma da mettere in campo oggi. Più che cambiarla servirebbe attuarla. Non solo nel campo dei diritti, ai quali il Capo dello Stato ha più volte fatto riferimento, ma anche in quello dell’etica pubblica. Un richiamo che Mattarella ha espresso tra le righe del suo intervento e che è diventato esplicito nell’esortazione ai politici a essere bravi giocatori, in modo che lui possa essere un bravo arbitro. E’ stato proprio il deterioramento dell’etica pubblica e il diffondersi dell’idea che le istituzioni siano “espressione di un segmento della società o d’interessi particolari” ad allontanare i cittadini dalla politica. Per Mattarella “condizione primaria per riaccostare gli italiani alle istituzioni è intendere la politica come servizio al bene comune, patrimonio di ognuno e di tutti”, punto d’incontro dell’interesse convergente del bene comune, fondata sul valore intrinseco e intangibile della persona umana e della sua dignità, ma anche declinata su una solidarietà condivisa e incastonata tra le righe di diritti inalienabili. Un richiamo alla politica perché ritrovi quella tensione interiore a operare nella giustizia e a favore dell’interesse di tutti.

E qui la distanza con i fatti che hanno caratterizzato le cronache di questi anni, non solo di malaffare ma anche di malcostume politico, non potrebbe essere più ampia. Una deriva che ha fatto crescere l’autoreferenzialità del sistema politico e ha dato forma a un’inquietante deriva morale.

L’Italia uscita dalla guerra non è mai stata una democrazia perfetta, anzi. Ma la vita politica aveva, se non altro, una certa dimensione etica di rispetto, quantomeno formale, delle istituzioni. Furono proprio l’etica repubblicana dei leader dei grandi partiti di massa e il sentimento popolare, negativo a facili suggestioni, a rendere possibile l’avvio di una fase di crescita del paese che non fu solo economica, ma anche democratica, sociale, culturale.

La fase politica che prende l’avvio all’inizio degli anni 90 è la figlia minore della precedente. Da quel momento, si è assistito alla progressiva eclissi della responsabilità politica e al venir meno dell’etica istituzionale. La democrazia formale è stata via via considerata un impaccio caro ai giuristi e la democrazia sostanziale, che solo un autentico Stato sociale può realizzare, si è deteriorata con il progressivo smantellamento degli apparati di protezione. Nel frattempo, si è affermato un populismo fuori tempo, alimentato dalla strumentale convinzione che bisogna sintonizzarsi sulle pulsioni delle persone anziché rafforzare i diritti dei cittadini. Il paese ha così scoperto che l’uscita dal tunnel ha significato ritrovarsi in un cunicolo, e mentre si annunciava una nuova stagione di valori, è sembrato lecito praticarne l’ipocrisia.

Nel momento in cui non vi è unità nei principi e solidarietà tra tutte le parti, quando non c’è la stessa percezione del rispetto delle regole formali della democrazia, ecco che allora viene a mancare un terreno fertile in cui i valori possono esistere e consolidarsi fino a divenire regole stabili ed indiscusse. La crisi dei partiti nasce anche da qui, dalla mancanza di unità politica perché manca l’unità nella Costituzione e nei valori che essa esprime. E’ la mancata condivisione dei principi costituzionali che rende la crisi attuale più profonda di altre vissute in passato.

L’accentuazione personalistica degli ultimi anni ha fatto crescere l’autoreferenzialità dei partiti, ha logorato idee, svuotato valori e progetti. E i leader, prigionieri delle loro icone, hanno perso progressivamente, agli occhi dei cittadini, ogni residuo spirito pubblico.

Nel suo discorso di insediamento Sergio Mattarella, ha offerto un nuovo patto che è qualcosa di più di un desiderio astratto. E’ la speranza di rifondare la società intorno ai valori condivisi di un ethos civile, la voglia di esserci in prima persona, di non essere più lontani ed estranei da ciò che accade, di uscire dall’angolo dell’individualismo autoreferenziale per guardare, con maggiore attenzione, ai legami e alle responsabilità di ciascuno verso i propri simili, considerati non più soltanto come limite, ma anche come condizione irrinunciabile della libertà individuale. La riscoperta dell’etica pubblica invita ogni individuo alla migliore espressione della propria natura e costringe la politica a misurarsi con se stessa, con i suoi modi di fare e di essere, nelle scelte che compie e nei modi in cui le realizza. Quello di Mattarella è il messaggio di speranza a un paese che da troppo tempo vive in apnea e che adesso vuole tornare a prendere in mano le redini del proprio futuro.

(articolo pubblicato il 5 febbraio 2015 su Radio Articolo 1)

 

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