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Più istruzione, meno costi sociali

di Fabio Germani

lavoro_scoraggiatiNel Vecchio continente due paesi su tre hanno aumentato nel 2014 l’investimento destinato all’istruzione almeno di un punto percentuale rispetto all’anno precedente. Tra questi non vi è l’Italia che, seppure in compagnia, tra gli altri, di Spagna, Inghilterra e Lussemburgo, rimane su livelli pressoché stabili, ma al di sotto dell’1%.
In verità un leggero incremento si è registrato ed è pari allo 0,6%. Ma nel complesso restiamo il paese europeo dell’area Ocse con la minor quota di spesa pubblica destinata alla scuola (il 4,6% del Pil). E a questo si aggiungono ulteriori ritardi, su tutti l’abbandono scolastico che da noi si attesta al 17% quando la media europea è dell’11,9%
Dunque, nonostante le recenti misure contenute nella legge di Stabilità, non deve troppo stupire il “rimprovero” proprio dell’Ocse nel rapporto Going for Growth, soltanto pochi giorni fa, che ci ha ricordato come l’Italia necessiti di “migliorare equità ed efficienza” del sistema educativo che presenta “un basso rapporto tra qualità e costo e dovrebbe fare di più per migliorare le opportunità per i meno qualificati”.
Proprio così: un paese che investe in istruzione non solo favorisce il percorso individuale dei giovani, ma riduce i ritardi e le lacune che, con il tempo, si trasformano in costi sociali. Si prenda come esempio quello dei Neet (acronimo che sta per Not in Education, Employment or Training, ovvero i giovani nella fascia di età 15-29 anni che non studiano né lavorano perché sfiduciati), il cui numero, secondo l’Istat, è oltre i due milioni.
Secondo un recente studio dell’Eurofound (Fondazione europea per il miglioramento delle condizioni di vita e di lavoro), nel 2012 i Neet europei erano 14,6 milioni, per una perdita (costi sociali, mancato contributo al mercato del lavoro) di 162 miliardi di euro. L’Italia è il paese più “colpito” in questo senso, con una perdita di 35,2 miliardi di euro (2,6 miliardi in più rispetto al 2011), davanti a Francia (23,2 miliardi), Regno Unito (18,7 miliardi) e Spagna (17,3 miliardi).
Nel Rapporto Italia 2015 l’Eurispes ricorda i risultati di uno studio della Banca d’Italia dal titolo eloquente: I rendimenti dell’istruzione. Ebbene, un anno di istruzione corrisponderebbe ad un rendimento medio privato pari all’8,9% contro il 5,2% del rendimento annuale lordo di un investimento azionario, il 3,6% di profitto del classico investitore e l’1,9% dell’utile dei titoli non azionari (Bot e bond societari).
C’è, inoltre, un secondo aspetto da non sottovalutare, quello dell’educazione terziaria, vale a dire i corsi di studio cui si può accedere dopo la conclusione di un corso di scuola secondaria di secondo grado. Nella Strategia Europa 2020, il 40% dei 30-34enni deve avere un’istruzione universitaria o equivalente, ma la media dell’Ue si attesta al 36,5%, in Italia al 22,4%.
Insomma, investire in istruzione è un potenziale schiaffo alla crisi. Il sistema scolastico e universitario, però, va sostenuto migliorandone non solo la qualità, ma anche la possibilità di accesso agli studi. L’Italia, infatti, è tra i paesi europei con le tasse universitarie più elevate e meno di uno studente su dieci riceve una borsa di studio secondo una relazione pubblicata dalla Commissione europea. L’Ocse stima che quanti ottengono un titolo di studio equivalente alla nostra laurea specialistica guadagnano circa il 45% in più di chi ha conseguito la licenza superiore.
Per il Centro Studi di Confindustria in dieci anni si noterebbe un netto incremento di Pil (+15%) se solo l’Italia innalzasse il grado di istruzione ai livelli dei paesi più avanzati.

(articolo pubblicato l’11 febbraio 2015 su Tgcom24)

 

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