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Gli effetti della crisi sulle famiglie

famiglia_crisi_besCon il Pil (Prodotto interno lordo) che dovrebbe tornare già nel primo trimestre dell’anno in territorio positivo e il boom dell’industria che traina la risalita, l’auspicio è che presto anche i consumi possano registrare un sostanziale cambio di rotta. Perché vorrebbe dire, seppure implicitamente, che le condizioni economiche delle famiglie italiane sono nel frattempo migliorate.
Di certo per garantire una ripresa consistente è necessario osservare prima un miglioramento tanto nel mercato del lavoro quanto nella distribuzione del reddito. Nonostante il “sentimento” nel 2014 abbia evidenziato dei progressi rispetto al 2013, le persone di 14 anni e oltre che si dichiarano per niente o poco soddisfatte della propria situazione economica sono il 54,6% e comunque dal 2011, spiega l’Istat nel rapporto Noi Italia 2015, la quota degli insoddisfatti rappresenta la maggioranza della popolazione tra gli ultra 14enni.
C’è da osservare, a tale proposito, che nel 2012 (gli ultimi dati disponibili nel rapporto Istat) la maggioranza delle famiglie residenti in Italia (circa il 62%) ha registrato un reddito netto inferiore all’importo medio annuo (29.426 euro, pari a circa 2.452 euro al mese). Spiega l’Istituto nazionale di statistiche che, considerando anche il valore mediano, “il 50 per cento delle famiglie ha percepito meno di 24.215 euro annui (2.018 euro mensili)”, con la Sicilia che presenta il reddito medio annuo più basso (20.897 euro, il 29% in meno del dato medio).
L’andamento colloca così l’Italia a un livello più basso al confronto con nove paesi, tra cui la Spagna. Quelli che, in ogni caso, mostrano distribuzioni più diseguali sono la Bulgaria, la Lettonia e la Lituania.
Più in generale è il 23,4% delle famiglie a vivere in una situazione di disagio economico (l’Istat adotta allo scopo di misurare il rischio di esclusione sociale un indicatore sintetico, ovvero che racchiude “alcune difficoltà del vivere quotidiano”).
Alcuni esempi: il 2,6% delle famiglie dichiara di non potersi permettere l’acquisto di una lavatrice, un televisore a colori, un telefono o un’automobile, mentre sono il 50,4% quelle che non possono permettersi una settimana di vacanza lontani da casa. E ancora, circa il 19%, dichiara di non riuscire a riscaldare sufficientemente l’abitazione e il 14,5% di non potersi permettere un pasto adeguato almeno ogni due giorni.
Resta, infine, l’annosa questione del divario nord-sud, che negli anni della crisi ha evidenziato ulteriori distanze, quasi a dipingere un’Italia a due (se non, talvolta, tre) velocità. Già qualche tempo fa l’Istat, con riferimento sempre l’anno 2013, notava come nel Mezzogiorno, che presenta un Pil pro capite di 17,2mila euro, vi sia “un differenziale negativo molto ampio” con il resto del paese.
Il livello del Sud, infatti, risulta inferiore del 45,8% rispetto a quello del Centro-Nord. Soltanto nel 2013, 136 mila imprese – oltre 370 al giorno – sono state costrette a chiudere i battenti, come rilevato dal Check-Up Mezzogiorno curato da Confindustria e da SRM (Studi e Ricerche per il Mezzogiorno).
In altri termini vuol dire conseguente perdita dei posti di lavoro che, come sottolineato invece dal Rapporto Svimez 2014, si traduce nel calo del numero degli occupati fino a quota 5,8 milioni.
Complice, dunque, il basso tasso di occupazione, un numero crescente di famiglie vive nel Mezzogiorno in condizioni di povertà assoluta. Tra il 2007 e il 2013 i nuclei familiari assolutamente poveri sono passati da 443 mila (il 5,8% del totale) a oltre un milione, circa il 12,5% del totale.

(articolo pubblicato il 23 febbraio 2015 su Tgcom24)

 

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