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Italia ed Eurozona ancora in deflazione

eurozonaI consumi, si era già visto nelle scorse settimane, hanno registrato uno stop rispetto agli ultimi mesi del 2015, quando invece avevano contribuito in quota maggiore alla crescita economica. L’attuale contesto, caratterizzato da una fase deflativa, può, infatti, incidere negativamente sulla spesa delle famiglie.
L’agenzia di rating Standard and Poor’s ha rivisto al ribasso le previsioni del Pil dell’Eurozona, all’1,5% per quest’anno (era stata stimata una crescita dell’1,8% a novembre) e all’1,6% per il 2017. La stima dei prezzi al consumo viene poi ridotta a 0,4% dall’1,1% atteso in un primo momento, un taglio drastico insomma.
Cosa accade nel frattempo? Che l’Eurozona resta in deflazione, pur recuperando un po’. Il tasso, infatti, ha segnato un miglioramento a marzo passando a -0,1% su base annua dal precedente -0,2 (a pesare in quota maggiore è – non proprio un caso – l’energia). In Italia la diminuzione dell’inflazione sull’anno segna -0,2% (mentre è cresciuta, dello 0,2%, rispetto a febbraio).
L’inflazione annua resta negativa anche in Francia (-0,2%) e in Spagna, dove si riduce di un ulteriore 1% (dopo l’1% di febbraio). Solo in Germania il recupero appare più solido, registrando a marzo un rialzo dello 0,1% su base annua (dal -0,2% precedente).
La situazione, in definitiva, resta critica e la Banca centrale europea – che di recente ha già messo sul piatto misure più incisive per rilanciare l’inflazione e stimolare l’economia dell’area della moneta unica – osserva attentamente, molto più in un momento di rallentamento globale.
L’andamento dell’inflazione, ad ogni modo, spiega in parte il trend non ottimale dei consumi. Se da un lato aumenta la fiducia dei consumatori, dall’altro tale condizione non si è tradotta, finora, in una ripresa stabile e duratura. È qui che interviene la Bce attraverso gli strumenti di politica monetaria, dall’allargamento del quantitative easing all’azzeramento dei tassi. Ma, considerati gli ultimi dati, è presumibile che le misure avranno effetto nel lungo periodo.
Il più grande pericolo in questo senso, infatti, è proprio la deflazione, che genera incertezza e un immobilismo legato alla volatilità dei prezzi. Nell’attesa che questi ultimi scendano ancora i consumatori rinviano acquisti e gli imprenditori potrebbero assumere un atteggiamento analogo, posticipando eventuali investimenti. Dunque per le banche centrali contrastare la deflazione è una prerogativa allo scopo di evitare fasi recessive, mantenendo i prezzi su valori stabili (prossimi al 2%) e innescando un circolo virtuoso per quanto riguarda cicli produttivi e consumi.

 

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