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Le diverse forme di razzismo

di Silvia Capone

lavoratori_stranieriL’uccisione a Fermo, del giovane nigeriano, Emmanuel Chidi Namdi, morto dopo uno scontro con un ultrà locale è solo l’ultimo di una lunga serie di atti di razzismo che spesso passano inosservati o perfino, nei casi più estremi, giustificati. Infatti se Emmanuel avesse ignorato le parole che l’uomo avrebbe rivolto a sua moglie, sarebbe stato un altro episodio irrilevante per le pagine di cronaca nazionale.
Non sono episodi ben classificabili, e spesso sono attribuibili alla sovraesposizione forzata e all’immagine approssimativa e non veritiera che si ha degli immigrati. Ad avvalorare ciò è la non semplice, talvolta, identificazione dell’immigrato con una specifica categoria sociale. Esiste una definizione ufficiale di migrante data dall’Onu, ma questa non sempre rispecchia la visione che ne ha la popolazione ospitante, che è del tutto personale e arbitraria. Rischiano l’esclusione sociale la persona di origine africane, ma anche il rumeno o l’indiano che tornano dal lavoro, indipendentemente dal fatto che questi siano clandestini, aventi permesso di soggiorno, naturalizzati o cittadini italiani. Il colore della pelle e la provenienza da paesi extraeuropei non sono perciò indicatori validi per tutti: il giapponese in giacca e cravatta, il ricco saudita o il calciatore africano sono meno “immigrati” degli altri.
L’intolleranza che sfocia in atti di razzismo, può perciò essere legata sia alla condizione di povertà cui sono soggetti gli immigrati sia all’eccessivo egualitarismo a cui si fa tanto appello. Entrambi i casi sono dettati da un contatto, non con individui ma con categorie, che sono per questo impersonali. Infatti da un lato avremo l’immagine dell’immigrato pericoloso e criminale, stereotipo che si crea anche a causa dell’enfatizzazione che i mass media ne danno in alcuni frangenti, che si comporta quindi in modo coerente con le aspettative che ne abbiamo (gli episodi di comportamenti contrastanti con l’immagine acquisita vengono così percepiti come eccezioni). Dall’altro lato, l’egualitarismo può sfociare in una visione “buonista” dello straniero bisognoso d’aiuto, che spaventa perché locali e stranieri vengono messi in concorrenza per le risorse.
La Costituzione italiana condanna nell’articolo 3 ogni forma di razzismo, ma in particolare quello prettamente legato alla “razza” non è sempre così manifesto. In questo caso sarebbe anche più facile da controllare e punire, ma si presenta spesso in forme più latenti, anche nei discorsi di chi legittima l’impiego di manodopera straniera, ricordando che i nazionali non si prestano a certi lavori, sostenendo così l’idea che gli immigrati abbiano diritto al lavoro solo se limitato agli ambiti meno qualificati. Questo pensiero comune è sfruttato e alimentato dalla pratica del caporalato che permette agli imprenditori di reclutare attraverso un tramite, caporale, uomini per lavori agricoli e manodopera sottopagata e a nero. Il caporalato è diffuso in un contesto di economia sommersa, specie nel sud Italia. Il tratto ora distintivo è il caporale straniero, che trova manodopera nella sua cerchia etnica, tra persone alle quali si propone come contatto utile e fidato, che sono perciò ingaggiate e disposte a lavori senza garanzia e al di sotto del salario minimo, in quanto immigrati irregolari.
La tendenza all’egualitarismo, che si manifesta nel legittimare l’altro perché “è diverso” e non in quanto persona, poggia anche sul lavoro (su una certa idea di mansioni) e nasconde un’implicita forma di razzismo.

 

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