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Lavoro e povertà, così l’Ue nel 2016

Nel 2016 creati circa tre milioni di posti di lavoro, ma l'8,3% dei cittadini europei è ancora disoccupato
di Redazione

Nonostante gli allarmi, anche recenti, c’è da dire che la situazione socioeconomica dell’Europa è migliorata rispetto a qualche anno fa. Il lavoro è in crescita, con i livelli occupazionali tornati su valori soddisfacenti. E la povertà, di conseguenza, risulta in calo. Ciò non significa, tuttavia, che non manchino le criticità.

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Dall’ultimo rapporto su occupazione e sviluppi sociali – Employment and Social Developments in Europe (Esde) – della Commissione Europea emerge come quest’anno siano stati creati circa tre milioni di posti di lavoro nell’Unione, la maggior parte dei quali a tempo indeterminato. In questo modo l’occupazione è aumentata, su valori record, di 232 milioni di posti.
Ed è proprio questo aspetto a contribuire ad una diminuzione della povertà: la percentuale della popolazione dell’Ue a rischio di povertà o di esclusione sociale (pari al 23,7%) è la più bassa degli ultimi cinque anni, ma sono da segnalare residui sparsi per l’intero territorio. Quello è infatti il dato medio, mentre l’Italia – ad esempio – presenta una soglia superiore, al 28,7%.
Le principali lacune riguardano l’8,3% dei cittadini europei che è disoccupato (ottobre 2016) e in tre anni solo un disoccupato su otto è riuscito a ottenere un impiego stabile a tempo pieno. In più preoccupa sempre l’annosa questione della disoccupazione giovanile, che si attesta su livelli oltre il 20%.
Il rapporto si concentra su diversi aspetti che riguardano il mondo del lavoro. Si passa dall’integrazione dei rifugiati, spesso alle prese con difficoltà linguistiche e necessità di sviluppare competenze (per cui si richiede un maggiore sforzo in termini di investimenti) alla digitalizzazione dell’economia, che muta lo scenario lavorativo e i processi produttivi. In questo caso c’è bisogno di incrementare le conoscenze in quanto molti dei posti disponibili restano vacanti per mancanza di requisiti, mentre segmenti quali l’economia on demand o la sharing economy rappresentano nuove forme di opportunità, soprattutto per il lavoro autonomo.
In generale emerge un quadro in chiaroscuro, esaltato in particolare dalle differenze che si registrano. I salari restano bassi in molti paesi Ue. A tale proposito Eurostat rileva che nel terzo trimestre, per l’Eurozona e per l’Ue28, il costo orario del lavoro è cresciuto rispettivamente dell’1,5% e dell’1,9% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, mentre in Italia è diminuito dello 0,5%, a ritmi inferiori rispetto al -1,1% del trimestre precedente. Ma da noi, a scendere, è principalmente la componente non salariale (-1,7%), mentre gli stipendi rimangono fermi.

 

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