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I dazi di Trump. Cosa sono e quali effetti?

Firmato il decreto che impone dazi doganali del 25% sull’acciaio e del 10% sull’alluminio importati dall’estero. Una misura volta a proteggere i lavoratori e il settore siderurgico statunitensi. Ma con quali conseguenze?
di Redazione

Come annunciato la scorsa settimana diventano “ufficiali” i dazi che l’amministrazione Trump farà applicare sulle importazioni di acciaio (al 25%) e alluminio (10%). Trump ha comunicato, tuttavia, che alcuni paesi godranno di una certa flessibilità. In particolare una deroga è prevista per Messico e Canada, i partner nordamericani con cui gli Stati Uniti stanno rinegoziando il Nafta. Possibili intese non sono da escludere, già nell’immediato futuro, con altri partner commerciali e paesi alleati. Il decreto, firmato giovedì 8 marzo, entrerà in vigore nell’arco di 15 giorni.

Si tratta ad ogni modo di una misura controversa: l’Unione europea si è detta contraria in tutte le salse, la Cina ha espresso preoccupazione (non tanto per le esportazioni di acciaio quanto per le possibili ripercussioni su settori strategici o eventuali spinte nella stessa direzione di altri paesi), alcuni esponenti del Partito repubblicano – lo speaker della Camera, Paul Ryan, su tutti – ritengono la scelta della Casa Bianca un errore. In verità c’è un precedente: quello del presidente George W. Bush nel 2002, quando volle applicare dazi per difendere anche in questo caso l’acciaio americano. Il presupposto, infatti, è la salvaguardia dei lavoratori statunitensi del settore siderurgico, ma anche un approccio diverso alla difesa e alla sicurezza (dito puntato sulla Germania e il contributo dell’1% al bilancio Nato a fronte del 4% degli Usa, motivo che spingerebbe Washington a tentare di rafforzare la propria industria commerciale).

Quali conseguenze? Al momento è presto fare previsioni in questo senso. È una mossa in una prospettiva protezionistica, ma non è irreversibile, anche se l’Unione europea non esclude misure analoghe in risposta a Washington. Intanto undici paesi della regione Asia-Pacifico, tra cui lo stesso Canada e il Giappone, hanno firmato un nuovo accordo di libero scambio per la riduzione delle tariffe doganali (il Partenariato transpacifico, Tpp). I dazi rappresentano un’imposta indiretta sui consumi, che si applica alla dogana e influisce sulla circolazione dei beni da uno stato all’altro. La conseguenza più immediata è che il prezzo di un determinato prodotto, venduto all’estero, salga allo scopo di “proteggere”, appunto, beni e servizi prodotti nello Stato d’importazione. Nel complesso viviamo in un contesto di libero mercato, attraverso gli accordi commerciali che hanno di fatto azzerato o ridotto tale pratica. L’UE è il caso più emblematico: all’interno dell’Unione le merci circolano liberamente, cioè senza l’applicazione di dazi tra gli Stati membri. Non a caso è proprio questo uno dei temi più discussi da Londra e Bruxelles nei negoziati per la Brexit: una volta uscito dall’Unione europea il Regno Unito dovrà accordarsi con gli Stati membri. Oppure restare nel mercato unico, ipotesi che però il governo di Theresa May sembra ormai rifiutare.

 

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