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Il caro prezzo del crollo del ponte Morandi

Il disastro di martedì scorso avrà un impatto notevole anche sull'economia del Paese
di Redazione

Il bilancio delle vittime per il crollo del ponte Morandi a Genova è salito domenica pomeriggio da 41 a 43. Il numero, però, potrebbe crescere ulteriormente, perché alcuni corpi devono essere ancora identificati. Oltre al costo di vite umane, ce n’è anche un secondo da considerare. Quello economico.

Il ponte Morandi era un’infrastruttura importantissima: collegava le due parti del capoluogo ligure, era un’arteria fondamentale nei collegamenti con la Francia, verso Milano e la pianura Padana. Ma (soprattutto) era anche un passaggio obbligato per quanti dovevano raggiungere il porto di Genova: sul ponte transitavano circa tremila tir ogni giorno – la stima è di Federlogistica-Conftrasporto –, diretti verso lo scalo portuale, raggiungibile anche attraverso la ferrovia che lo collega alla pianura Padana, adesso, però, inutilizzabile, perché un tratto è sommerso dalle macerie del ponte.

Rendere nuovamente raggiungibile via terra il porto – le autorità stanno valutando percorsi alternativi, che non prevedevano il passaggio all’interno della città, per evitarne il congestionamento – è tra gli obiettivi principali. Specialmente considerandone l’importanza economica, per la città e per il Paese: quello di Genova è il primo porto in Italia (il 69esimo, al mondo) per numero di container movimentati ogni anno, secondo un recente report pubblicato dalla società specializzata Dynamar, che considera tutti i maggiori porti al mondo.

Qualche altro dato. Nell’ultimo anno, il porto di Genova e quello di Savona, gestiti dal 2016 dall’Autorità di Sistema Portuale del Mar Ligure Occidentale, hanno movimentato 69 milioni di tonnellate di merci, i passeggeri transitati sulle banchine sono stati 4,2 milioni, di cui 1,7 milioni di crocieristi. I container movimentati sono stati oltre 2,6 milioni, oltre un quarto di tutti quelli movimentati nel Paese in un anno, pari a circa 10 milioni. Complessivamente il porto di Genova garantisce (tra Iva e accise) un gettito di sei miliardi di euro l’anno all’Erario, impiega oltre 50mila persone e produce oltre 10 miliardi di euro annui.

Stando ad una ricerca commissionata nel 2016 dall’Autorità portuale di Genova a Nomisma e Prometeia, gli occupati a Genova – dal computo sono esclusi i porti di Savona e Vado – sono 40 mila. Con l’indotto si raggiungono oltre le 122mila unità, con un valore aggiunto per il Paese di 3,3 miliardi, oltre 9,5 considerando gli effetti indiretti.

Difficile quantificare la perdita economica effettiva causata dal crollo del ponte, perché molto dipende da quanto tempo ci vorrà per ripristinare i collegamenti. Qualche stima, tuttavia, è stata fatta: il neo-presidente di Federlogistica-Conftrasporto, Luigi Merlo, ha stimato «una perdita secca di container provenienti dall’Asia del 10%». Tradotto, in euro: 500 milioni in meno per il fisco italiano, a cui si aggiunge «il rischio concreto che le rotte internazionali finiscano ancora più per privilegiare Rotterdam e Amburgo».

 

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