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Trump: come potrebbero reagire i mercati in caso di impeachment

Alcuni analisti hanno cercato di dare una risposta a questa domanda. Ecco con quali risultati
di Mirko Spadoni

Dice il presidente degli Stati Uniti Donald Trump: «Se fossi sottoposto ad impeachment, penso che i mercati crollerebbero. Penso che tutti diventerebbero più poveri», ha osservato giovedì in un’intervista a Fox and Friends. Ha ragione? Difficile dirlo con esattezza – i mercati possono essere imprevedibili, a volte –, anche se alcuni analisti sostengono che abbia torto.

Prima, però, un passo indietro: perché Trump parla (nuovamente) di impeachment? Martedì il suo ex avvocato e stretto collaboratore, Michael Cohen, ha ammesso di aver violato la legge «in collaborazione e su indicazione del candidato» per cui lavorava (vale a dire: Trump) «allo scopo di influenzare l’esito delle elezioni», commettendo un reato federale. A questo punto il presidente potrebbe essere incriminato, anche se è piuttosto difficile che ciò accada. Incriminare un presidente non è facile, pur non esistendo una norma che lo vieti: alcuni analisti ipotizzano che i procuratori potrebbero attendere la fine del mandato prima di procedere all’incriminazione oppure chiedere alla Camera dei rappresentanti se avviare la procedura di impeachment – per questo occorre una maggioranza semplice – che potrebbe poi concludersi con la rimozione del presidente. In questo caso, però, devono votare a favore i due terzi del Senato.

In caso di impeachment i mercati come reagirebbero? Alcuni analisti interpellati dalla CNN hanno dato una risposta: i mercati potrebbero (naturalmente) risentirne – gli investitori potrebbero allarmarsi e il valore delle azioni diminuire –, senza però subire un “crollo”. La CNN osserva che l’economia americana sta andando bene (questo dicono gli indicatori principali) e i profitti delle aziende sono in crescita, in gran parte proprio grazie ai tagli fiscali riconosciuti alle imprese dall’attuale amministrazione. Inoltre, anche se Trump fosse costretto ad “abdicare”, il suo posto sarebbe preso dal vice Mike Pence, che probabilmente sosterrà le stesse politiche a favore delle imprese, rinunciando «forse alle guerre commerciali».

La CNN scrive che le vicende politiche interessano poco Wall Street, a meno che non comportino dei cambiamenti (in negativo o positivo) sull’andamento dell’economia e dei profitti aziendali. Dopo l’elezione a sorpresa di Trump, il mercato è cresciuto esponenzialmente. Il motivo? Gli investitori erano euforici all’idea dei tagli alle tasse e della deregolamentazione promessa da Trump. L’S&P 500, l’indice che segue l’andamento di un paniere azionario composto dalle 500 aziende statunitensi a maggiore capitalizzazione, è cresciuto del 34% dalla vittoria di Trump. Il Dow Jones è passato da 18.333 agli attuali 26.000 punti circa (+40%). «Adesso – osserva la CNN – i mercati non si aspettano più politiche pro-business da Trump». I sondaggi suggeriscono che la Camera dei rappresentanti potrebbe passare al controllo del Partito democratico dopo le elezioni di medio termine, a novembre. Inoltre alcune scelte di Trump (si veda la guerra commerciale con la Cina) spaventano gli investitori, allarmati dall’aumento dei costi causato dall’introduzione dei dazi.

Tuttavia Trump può dire di avere ragione, ricordando un precedente storico. Quello di Richard Nixon. Pur non essendo mai stato messo sotto impeachment, Nixon ci andò molto vicino ma alla fine si dimise prima che la procedura venisse avviata formalmente. I mercati non reagirono benissimo: l’S&P 500 perse il 14% nel 1973 e il 26% nel 1974. Ma le turbolenze dei mercati non riguardarono soltanto il caso Watergate. Gli Usa stavano affrontando una crisi economica, con i prezzi del petrolio quadruplicati durante l’embargo petrolifero dell’OPEC e il crollo del dollaro Usa. La situazione oggi è ben diversa: l’economia cresce in modo sostenuto e il costo del petrolio è ben lontano dal picco raggiunto nel 2014.

Un esempio ancora migliore? Alla fine degli Anni ’90 l’allora presidente Bill Clinton finì sotto impeachment. I mercati non ne risentirono: l’S&P 500 crebbe del 27% nel 1998 e di un altro 20% l’anno successivo. L’economia statunitense andava molto bene. Proprio come oggi.

 

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