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Più occupati, meno ore: così la crisi ha cambiato il mercato del lavoro

Il rapporto di ministero del Lavoro, Istat, Inps, Inail e Anpal: dal 2008 mancano ancora poco meno di 1,8 milioni di ore

di Redazione

Negli anni della crisi il mercato del lavoro ha subito non pochi cambiamenti, a partire – come abbiamo verificato alcuni giorni fa su queste pagine – dalla “geografia” dei livelli occupazionali. Se per quest’ultimi, nell’Eurozona, il contributo della Spagna era superiore a quello della Germania prima della crisi, nella fase successiva la situazione si è capovolta: oggi la Germania è responsabile di una percentuale notevolmente più ampia dell’espansione dell’occupazione rispetto a prima della crisi, mentre le quote relative degli altri principali paesi dell’area dell’euro – e soprattutto proprio la Spagna – sono diminuite. Ma nel decennio di riferimento (2008-2018) i mutamenti sono stati profondi e hanno riguardato diverse trasformazioni, anche del tessuto produttivo.

I servizi di mercato, ad esempio, hanno trainato la crescita dell’occupazione in entrambi i periodi, anche se hanno rappresentato una percentuale minore dell’espansione dell’occupazione complessiva durante la ripresa recente. Il contributo dato dal settore edile, invece, è stato inferiore durante la recente ripresa rispetto al periodo antecedente la crisi. L’occupazione nel settore manifatturiero, infine, ha registrato un più contenuto contributo positivo dal secondo trimestre del 2013, dopo essere diminuita nel periodo antecedente la crisi.

In Italia – si evidenza nel rapporto Il mercato del lavoro 2018 del ministero del Lavoro, Istat, Inps, Inail e Anpal – è accaduto che tutele e garanzie, soprattutto con lo sviluppo di nuove professioni legate al terziario, siano risultate in diminuzione. Il decennio – viene quindi spiegato – ha visto una profonda trasformazione del tessuto produttivo che ha comportato una ricomposizione dell’occupazione verso il lavoro dipendente, con una crescita dei rapporti a tempo determinato (+735 mila) e una notevole espansione degli impieghi a tempo parziale (spesso involontari). Questi trend sono connessi allo sviluppo di molte attività nel terziario e di professioni a bassa qualifica. Nei dieci anni è aumentata la presenza femminile, dei lavoratori “anziani”, di quelli più istruiti, e degli stranieri (soprattutto nei settori alberghi e ristorazione, agricoltura e servizi alle famiglie). Si è inoltre accentuato il dualismo territoriale – si osserva ancora nel rapporto – a sfavore del Mezzogiorno (-262 mila occupati a fronte di +376 mila nel Centro-Nord).

Nonostante la crescita dell’occupazione che comunque si è registrata negli ultimi anni, rimane ampia la distanza dell’Italia dall’UE15: per raggiungere il tasso di occupazione della media UE15 (nel 2017 pari a 67,9%, contro il 58% di quello italiano) il nostro paese dovrebbe avere circa 3,8 milioni di occupati in più. Il gap occupazionale italiano riguarda soprattutto i lavori qualificati e i settori sanità, istruzione e pubblica amministrazione.

Ma anche sul fronte delle ore lavorate possiamo registrare distanze tutt’altro che trascurabili: nel 2017, si legge nel rapporto 218 sul mercato del lavoro, hanno lavorato meno ore di quelle che sarebbero stati disponibili a lavorare circa 1 milione di occupati (4,4% del totale). In media un sottoccupato sarebbe stato disponibile a lavorare circa 19 ore in più a settimana. Complessivamente in termini di Unità di lavoro equivalenti a tempo pieno ciò corrisponde a 473 mila occupati. Il tasso di sottoccupazione è più elevato nel Mezzogiorno, tra le donne, tra i giovani e, soprattutto, tra gli stranieri. Nella media dei primi tre trimestri del 2018 rispetto ai corrispondenti del 2008, il Pil è del 3,8% al di sotto del livello pre-crisi e le ore lavorate del 5,1%. Per colmare il gap mancano ancora poco meno di 1,8 milioni di ore e oltre un milione di Unità di lavoro a tempo pieno (Ula).

 

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