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Come cambia l’economia cinese (e quali opportunità per l’Italia)

Pechino ha l’obiettivo di diventare «un’economia avanzata e basata in particolare su consumi, servizi e innovazione», spiega l’ultimo rapporto della Fondazione Italia Cina

di Redazione

Dal settore del Food and Beverage (principale mercato del mondo dal 2012) a quello cinematografico, particolarmente dinamico, passando per l’automotive, tanto è cambiata l’economia cinese negli ultimi anni. La sua complessità può favorire anche le nostre imprese, come emerge nell’ultimo rapporto della Fondazione Italia Cina presentato a Roma qualche giorno fa, giunto alla decima edizione (Cina 2019. Scenari e prospettive per le imprese).

Tanti aspetti vanno però, prima, considerati. In primo luogo, rircorda il rapporto, il rallentamento economico è diventato strutturale. «Il tasso della crescita del Pil cinese – viene spiegato – si riduce ogni anno di qualche decimale di punto, pur restando su valori ampiamente sopra il 6%. Si tratta di una dinamica prevista e che si ripeterà nei prossimi anni, caratterizzati dal tentativo di ridefinire il modello di crescita cinese lungo alcune direttrici: a) equilibrio tra indebitamento e misure di stimolo, b) esigenze di tutela ambientale, c) riqualificazione del tessuto industriale e d) rafforzamento dei consumi». Il cambio di paradigma, infatti, è in atto da qualche tempo: meno export, rafforzamento della domanda interna. Lo scopo è diventare «un’economia avanzata e basata in particolare su consumi, servizi e innovazione».

Spiega ancora il rapporto che l’inaugurazione della China International Import Expo a Shanghai, nel mese di novembre, «ha certificato la volontà di Pechino di modificare almeno in parte l’archetipo della Cina come “fabbrica del mondo”. La fiera, gratificata dalla presenza di Xi Jinping, rappresenta l’inversione di questo paradigma, a favore della domanda di prodotti di qualità da parte dei consumatori cinesi». Un aspetto fondamentale è proprio il ruolo politico del presidente Xi Jinping che «è sì riuscito, a cavallo tra il 2017 e il 2018, a inserire nello Statuto del Partito un “contributo ideologico” con il suo nome e a modificare la Costituzione per permettergli di restare in carica per oltre dieci anni ma, perché ciò avvenisse, è stato necessario modificare il calendario politico che si era definito come prassi nei decenni precedenti».

Non si possono tenere in disparte le recenti tensioni commerciali con gli Stati Uniti, ma aanche la percezione che dall’Europa si ha di Pechino. «Se, grazie al suo discorso sulla globalizzazione tenuto a Davos nel 2017, il presidente Xi Jinping è stato visto quasi come nuovo leader globale, a distanza di due anni la Cina ha iniziato ad essere percepita sempre più come un attore in competizione. Questa dinamica ha un effetto negativo di breve periodo sull’avanzamento della Belt and Road Initiative che sta incontrando sempre più scetticismo, perché interpretata da ampie parti della comunità internazionale unicamente come strumento della crescita cinese. Il contrasto, quindi, apre una lunga fase di confronto fra Cina e Stati Uniti sulla leadership economica globale, che porterà alla revisione dei pesi relativi delle maggiori economie mondiali».

Nel 2019 il tasso di crescita del Pil potrà rientrare nel target deciso dal governo, fissato in una forbice tra il 6% e il 6,5%. «Tale crescita potrà poi variare considerevolmente tra settori e sub-settori, non solo alla luce delle cosiddette “due velocità” che caratterizzano diversi settori e aree, ma anche in considerazione degli imprevedibili effetti distorsivi della guerra commerciale. «A fronte di problemi economici dati dalla sovraccapacità industriale e dall’elevato indebitamento statale, il modello economico cinese si vuole sempre meno trainato dagli investimenti governativi e sempre più dai consumi interni. In linea con l’obiettivo della leadership cinese di aumentare i consumi privati, la spesa per consumi rappresenta da qualche anno la fonte di maggiore contributo alla crescita del Pil. Anche solo nel biennio 2017- 2018 è possibile rilevare una crescita significativa».

Si stima che le imprese cinesi a partecipazione italiana siano circa 1.600, con oltre 170 mila addetti e un giro d’affari di oltre 27 miliardi di euro. Ad esse vanno sommate oltre 400 imprese a capitale italiano domiciliate ad Hong Kong, le quali contano circa 20 mila addetti e un giro d’affari di 8,4 miliardi di euro. Si segnala che una parte non trascurabile di questo fatturato deriva da attività di trading da e verso consociate cinesi. «La dinamica del rapporto fra investimenti in uscita e entrata è stata particolarmente interessante negli ultimi anni. Infatti, gli investimenti esteri in Cina sono stati superati nel 2015 dagli investimenti in uscita, i quali hanno raggiunto il culmine nel 2016, con la cifra record di 196 miliardi. Tuttavia, nel 2018 la situazione si è capovolta di nuovo, con un sorpasso degli investimenti in entrata (138 miliardi di dollari) rispetto a quelli in uscita (129 miliardi), a fronte dell’anno precedente in cui erano stati 158 miliardi», afferma il rapporto.

 

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