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L’economia del Mezzogiorno, tornano a crescere i divari con il Nord

Le anticipazione del Rapporto Svimez 2019: economia con il segno “meno”, si riallarga il gap occupazionale. La vera emergenza: più emigrati che immigrati

di Redazione

La crescita dell’Italia è stagnante, ma mentre è atteso un recupero (lieve) per la seconda metà dell’anno, al Sud le cose andranno in maniera diversa rispetto alle altre aree del paese. È quanto suggerisce la Svimez, nelle anticipazioni del consueto rapporto sul Mezzogiorno che verrà poi diffuso più avanti. Il rischio recessione, per le regioni meridionali, sembra essere concreto: «Nel 2019 – osserva la Svimez –, l’Italia farà registrare una sostanziale stagnazione, con incremento lievissimo del PIL del +0,1% e una crescita zero dell’occupazione (considerando nella stima il peso crescente della cassa integrazione). Il PIL del Centro-Nord dovrebbe crescere poco, di appena lo +0,3%. Nel Mezzogiorno, invece, l’andamento previsto è negativo, una dinamica recessiva: -0,3% il PIL». Un miglioramento è previsto però per il 2020: «Nell’anno successivo, il 2020, la Svimez prevede che il PIL meridionale riprenderà a salire segnando però soltanto un +0,4% (anche l’occupazione tornerà a crescere, se pur di poco, con un +0,3%)».

La dinamica dell’occupazione meridionale, afferma ancora la Svimez, presenta dalla metà del 2018 una marcata inversione di tendenza, con una divaricazione negli andamenti tra Mezzogiorno e Centro-Nord: sulla base dei dati territoriali disponibili, gli occupati al Sud negli ultimi due trimestri del 2018 e nel primo del 2019 sono calati complessivamente di 107 mila unità (-1,7%); nel Centro-Nord, invece, nello stesso periodo, sono cresciuti di 48 mila unità (+0,3%). Nello stesso arco temporale, aumenta la precarietà al Sud e si riduce nel Centro-Nord: i contratti a tempo indeterminato nel Mezzogiorno sono stati 84 mila in meno (-2,3%), mentre nelle regioni centro settentrionali sono aumentati di 54 mila (+0,5%), con un saldo italiano negativo di 30 mila unità, pari a -0,2%. Per converso, i dipendenti a tempo determinato sono cresciuti di 21 mila unità nel Mezzogiorno (+2,1%), mentre sono calati al Centro-Nord di 22 mila (-1,1%).

Resta ancora troppo basso, però, il tasso di occupazione femminile nel Mezzogiorno, nel 2018 appena il 35,4%, contro il 62,7% del Centro-Nord, il 67,4% dell’Europa a 28 e il 75,8% della Germania. La Svimez ha stimato a tale proposito che il gap occupazionale del Sud rispetto al Centro-Nord (calcolato moltiplicando la differenza tra i tassi di occupazione specifici delle due ripartizioni per la popolazione meridionale) nel 2018 è stato pari a 2 milioni 918 mila persone, al netto delle forze armate. È interessante notare che la metà di questi riguardano lavoratori altamente qualificati e con capacità cognitive elevate. I settori nei quali vi sono i maggiori gap sono i servizi (1 milione e 822 mila unità, -13,5%), l’industria in senso stretto (1 milione e 209 mila lavoratori, -8,9%) e sanità, servizi alle famiglie e altri servizi (che complessivamente presentano un gap di circa mezzo milione di unità).

Ma la vera emergenza, che spesso deriva proprio dalle difficoltà occupazionali, è quella legata alle persone che decidono di lasciare il Sud per cercare fortune altrove: tra il 2002 e il 2017 sono state oltre 2 milioni, di cui 132.187 nel solo 2017. Di questi ultimi, si legge, «66.557 sono giovani (50,4%, di cui il 33% laureati)». Il saldo migratorio interno è perciò negativo per 852 mila unità. Nel 2017 sono andati via 132 mila meridionali, con un saldo negativo di circa 70 mila unità.

 

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