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L’aumento record del petrolio dopo gli attacchi

Secondo le prime stime interrotta la produzione d 5,7 milioni di barili al giorno. L’Arabia Saudita copre il 10% delle forniture mondiali

di Redazione

Un incontro tra Hassan Rohani e Donald Trump a margine dell’Assemblea generale dell’Onu, la prossima settimana a New York? Non è in programma, fanno sapere da Teheran. Ma dall’altra parte è lo stesso inquilino della Casa Bianca che chiarisce che un faccia a faccia senza condizioni non può essere considerata una possibilità. Ed è solo l’ultima distanza tra Stati Uniti e Iran che si registra nelle ultime ore, in un clima a dir poco teso e che chiama in causa diversi aspetti, una commistione di soft e hard power.

A creare maggiori divergenze tra Washington e Teheran, l’accusa all’Iran, giunta dal segretario di Stato Usa, Mike Pompeo, di essere dietro l’attacco di sabato con droni a due grandi raffinerie della compagnia petrolifera saudita Aramco, ufficialmente rivendicato dagli Houthi, i ribelli yemeniti alleati della Repubblica islamica. Ingente il danno per i sauditi: più che dimezzata la produzione di greggio. La situazione è incandescente e riecheggia, di nuovo, la parola «guerra». Secondo Teheran, le accuse che le vengono rivolte servono a giustificare «azioni future»; Trump ha subito telefonato al principe ereditario saudita Mohammad bin Salman «per offrire il suo sostegno all’autodifesa dell’Arabia Saudita» e «condannare fortemente l’attacco a importanti infrastrutture energetiche». Per poi fare sapere, via Twitter, che gli Stati Uniti sono «pronti e carichi» per reagire agli attacchi contro Riad. L’Unione europea, intanto, sottolineano a Bruxelles, critica il rischio di escalation in Medio Oriente.

Al momento, quanto accaduto nei giorni scorsi non sembra destare eccessiva preoccupazione, anche se in generale i disagi non sono pochi. Le riserve di petrolio dell’Arabia Saudita dovrebbero bastare per un tempo sufficiente prima che la produzione venga riavviata a pieno regime. Vanno però considerati alcuni aspetti, tutt’altro che secondari: i sauditi coprono il 10% delle forniture mondiali di petrolio, con 7,4 milioni di barili esportati al giorno. E secondo le prime stime l’attacco ha interrotto la produzione d 5,7 milioni di barili. Restando in termini di stime, si ritiene che tale perdita, pari al 5% della produzione mondiale, sia superiore a quella nel 1979 con la rivoluzione iraniana e nel 1990 con l’invasione del Kuwait.

Lunedì 16 settembre, all’apertura dei mercati, il prezzo del petrolio è schizzato (aumento record, +15,5% per il Wti e +19,5% per il Brent), per poi restare su valori alti a metà giornata: il Wti sale dell’8,53% a 59,53 dollari al barile, mentre il Brent avanza dell’8,8% a 65,51 dollari.

 

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