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Lo scenario peggiore. Riflessioni e analisi dal 2005

L’emergenza sanitaria ed economica che stiamo attraversando ha colto il mondo impreparato. Eppure è da molti anni che si prospettano quadri di questo tipo

di Redazione

Borse in evidente calo, scenari economici apocalittici, in Italia e in Europa: l’emergenza coronavirus si sta rivelando molto più ostica di quanto in un primo momento immaginato, o almeno auspicato. Il numero dei contagi aumenta e da alcune ore è partita la campagna via social #iorestoacasa, con l’obiettivo di sensibilizzare le persone a limitare il più possibile gli spostamenti, quelli strettamente necessari (un appello poco ascoltato, sempre stando alle cronache del weekend appena trascorso), unico rimedio certo – al momento – al contenimento della diffusione del virus. In molti aspetti, il mondo si è fatto trovare impreparato. Eppure, complici i casi epidemici del recente passato, non sono mancati studi o analisi che mettessero in guardia da un rischio di questo tipo.

Sul sito EpiCentro, il portale dell’epidemiologia per la sanità pubblica a cura dell’Istituto superiore di sanità, si può reperire facilmente un articolo dell’estate 2005 di Michael Osterholm (direttore del Centro per la ricerca e la gestione delle malattie infettive, Ufficio affari esteri, Usa). Il titolo già spiega molto – Prepararsi alla prossima pandemia – e le sue parole sono in linea con quanto si sta osservando proprio in questi giorni. «L’arrivo di una pandemia influenzale – scriveva allora Osterholm – cambierebbe il mondo nel giro di una notte. Un vaccino non sarebbe pronto prima di qualche mese e ci sarebbero scarse riserve di farmaci antivirali. In più solo le zone più ricche del pianeta avrebbero accesso ai vaccini. I commerci e gli spostamenti sarebbero ridotti o addirittura sospesi per evitare il diffondersi del virus tra i paesi, anche se probabilmente questo tentativo fallirebbe a causa dell’alta infettività del virus e degli scambi illegali tra confinanti. Anche il trasporto di beni di prima necessità come il cibo potrebbero essere sospesi: le economie regionali, nazionali e globali subirebbero un tracollo, qualcosa che non è mai successo nei casi dell’Hiv, della malaria e della Tbc, nonostante il loro impatto devastante nel mondo».  

Vale la pena leggere ancora le parole dell’esperto, più pertinenti al quadro che stiamo verificando da diverse settimane: «Lo scenario più simile a quello decritto finora è rappresentato dall’epidemia di Sars del 2003. Per cinque mesi 8.000 persone sono state infettate da un nuovo coronavirus umano. Circa il 10% di queste sono morte. Sembra che il virus abbia contagiato l’uomo nel momento di passaggio da animali infetti venduti e macellati in condizioni di igiene insufficiente in Cina, nella provincia di Guangdong. Anche se non si tratta dell’influenza, la Sars ha dato un’idea di quanto velocemente un virus possa fare il giro del globo: è passata a cinque paesi in 24 ore e a 30 paesi in sei continenti nel giro di qualche mese. L’esperienza della Sars fornisce poi una lezione critica riguardo alla risposta mondiale a un’eventuale pandemia influenzale. Nonostante il ridotto numero di vittime rispetto ad altre malattie infettive, la Sars ha avuto un impatto molto negativo sulla psicologia dei cittadini. In uno studio recente il National Academy of Science’s Institute of medicine ha dichiarato: “L’alta mortalità, l’alta diffusione, la novità della malattia, l’incertezza che emergeva nella capacità di controllare la crisi, hanno contribuito a creare un allarme generale. Questo panico ha a sua volta avuto delle ripercussioni sui trasporti e sull’economia del turismo come mai prima di allora”».

Anche la Commissione europea realizzò nel 2006 – ricorda tra gli altri il Post – un’analisi che prefigurava uno scenario pandemico le cui ripercussioni economiche – considerata la mole di lavoratori improduttivi proprio a causa della malattia, circa 150 milioni per due, tre settimane –, prevedendo entro la fine dell’anno di riferimento (il 2006, appunto) una perdita dell’1,1% del Pil europeo.

 

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