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Così la competitività dei settori produttivi

Nel 2019 le imprese italiane hanno reagito al rallentamento globale concentrandosi sui mercati dove sono più presenti, difendendo o allargando le proprie quote. La pandemia, spiega l’Istat, è arrivata «in un momento in cui in Italia la fase di ripresa ciclica perdeva vigore»

di Redazione

Lo scoppio della pandemia sta inevitabilmente indebolendo l’economia mondiale, così come quella italiana che già alla fine dello scorso anno aveva mostrato segnali di rallentamento a causa di diversi fattori. Per quanto riguarda la nostra economia e la competitività dei settori produttivi, si è osservato, all’interno dell’Eurozona, «una riduzione nei confronti della Germania (a causa soprattutto della brusca frenata dell’economia tedesca) e un ampliamento nei confronti di Francia e Spagna».

L’Istat pubblica oggi, lunedì 30 marzo, il consueto Rapporto sulla competitività dei settori produttivi, giunto all’ottava edizione, che fornisce un quadro informativo dettagliato sulla struttura, la performance e la dinamica del sistema produttivo italiano.

L’epidemia Covid-19, che in questi mesi ha rapidamente assunto dimensioni mondiali e della quale è ancora impossibile prevedere sviluppi ed effetti – spiega l’Istat -, è intervenuta in un momento in cui in Italia la fase di ripresa ciclica perdeva vigore, anche a causa del susseguirsi di una serie di eventi geopolitici (Brexit, dazi statunitensi) e congiunturali (rallentamento della domanda tedesca) che, a partire dalla seconda metà del 2018, hanno generato crescente incertezza nello scenario internazionale. L’area dell’euro ha risentito del rallentamento del ciclo statunitense e cinese, accentuato anche dalla guerra tariffaria tra i due paesi. All’interno dell’area della moneta comune, le dinamiche eterogenee dell’attività nelle principali economie hanno determinato movimenti opposti nei differenziali di crescita dell’Italia: una riduzione nei confronti della Germania (a causa soprattutto della brusca frenata dell’economia tedesca) e un ampliamento nei confronti di Francia e Spagna.

Sulla posizione competitiva del nostro Paese ha influito, nella prima parte del 2019, un andamento del costo del lavoro più vivace rispetto ai tre partner europei (in particolare per la componente degli oneri sociali). D’altro canto, la dinamica delle esportazioni in valore, seppure in forte rallentamento, è stata più brillante di quella di Germania e Spagna, e i beni italiani hanno aumentato le proprie quote di mercato in Francia, Belgio, Paesi Bassi, Svizzera e Stati Uniti mentre le hanno fortemente ridotte in Germania e in Spagna. Italia e Germania, i cui sistemi produttivi sono strettamente interconnessi, fronteggiano entrambe difficoltà sui mercati internazionali, ma con strategie diverse dovute anche al differente ruolo ricoperto dalle rispettive imprese nelle catene globali del valore (più a monte le italiane, più a valle le tedesche). Nel 2019, le imprese italiane hanno reagito al rallentamento globale concentrandosi sui mercati dove sono più presenti, difendendo o allargando le proprie quote; quelle tedesche si sono invece orientate alla ricerca di nuovi prodotti e mercati.

Secondo l’Indicatore sintetico di competitività (ISCo), alimentari e bevande, abbigliamento, elettronica evidenziano un miglioramento competitivo rispetto alla media della manifattura sia nel 2018, sia nel 2019. All’opposto, tra i settori per i quali peggiora ulteriormente la condizione di relativa difficoltà competitiva si segnalano le attività del tessile, della gomma e del legno.

Dalle indagini qualitative condotte sulle imprese manifatturiere si conferma come nel corso del 2019 le imprese abbiano fronteggiato una situazione di stagnazione della domanda. Tuttavia, nonostante il rallentamento dell’attività, le dotazioni di capitale e di lavoro hanno mantenuto una tendenza nel complesso favorevole, con una dinamica di poco inferiore a quella del 2018. La Brexit e gli effetti dei dazi statunitensi sono percepiti come rischi di una certa rilevanza; ancor più marcata è l’incidenza negativa attribuita al rallentamento della domanda tedesca. L’esposizione verso questi mercati è peraltro elevata: nel 2019, questi quattro paesi hanno rappresentato oltre il 50% dell’export del comparto delle bevande, oltre il 45% degli altri mezzi di trasporto, il 39% per gli autoveicoli e oltre un terzo per l’export di prodotti farmaceutici e dei mobili. Molto più limitata è la rilevanza della Cina: nel 2019 in nessun comparto le vendite verso tale paese hanno rappresentato più del 5% del totale.

(fonte: Istat)

 

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