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Coronavirus, le possibili ripercussioni del lockdown sull’economia

Secondo le previsioni Censis-Confcooperative serviranno due anni per far tornare il PIL ai livelli stimati fino allo scorso gennaio. Per l’Istat se il lockdown dovesse durare fino a giugno i consumi finali registrerebbero un -9,9%

di Redazione

«L’economia italiana inchioda e occorreranno due anni prima di poter ritornare ai livelli di PILe di crescita stimata fino allo scorso gennaio». Queste sono le previsioni contenute nel focus di Censis e Confcooperative “Lo shock epocale: imprese e lavoro alla prova della ‘lockdown economy'”, nel caso in cui il lockdown durasse fino a maggio e ci sia una ripresa e un ritorno alla normalità entro i due mesi successivi.

La dimensione economica della chiusura, secondo Censis – Confcooperative, è pari a 1.321 miliardi di euro, che corrisponde al 42,4% del totale del fatturato dell’industria e dei servizi. La “lockdown economy” comporta infatti un apparato produttivo che lavora al 60% del suo potenziale e che genera una risposta negativa anche in termini di  reddito, di domanda interna e di sostenibilità economica. La sospensione delle attività ha un impatto in termini di fatturato di 660 miliardi di euro nell’ambito dei servizi e di 91 miliardi nelle costruzioni, mentre per le imprese dell’Industria in senso stretto la restrizione ha avuto effetto su 570 miliardi di euro.

Per quanto riguarda gli addetti, le misure restrittive sui movimenti e le chiusure delle attività lavorativa hanno avuto una maggiore incidenza nel settore dell’Industria in senso stretto, con il 62,2% degli addetti dipendenti e indipendenti sospesi, su un totale di 3 milioni e 987mila, segue quello delle  costruzioni, con 58,6% dei sospesi su 1,3 milioni, e i servizi, settore in cui il 35,8% è stato sospeso su un totale di 11,4 milioni di addetti.

A disegnare un quadro sulla situazione ci ha pensato anche l’Istat, che alla “Nota mensile sull’andamento dell’economia italiana”, diffusa oggi, ha allegato la prima analisi degli effetti del Covid-19 sull’attività economica del Paese. Per le previsioni l’Istituto nazionale di statistica ha tenuto in considerazione che ad oggi sono sospese le attività di 2,2 milioni di imprese (il 49% del totale) e l’occupazione di 7,4 milioni di addetti (44,3% del totale) e considerando due scenari: il primo che prevede il lockdown per i soli mesi di marzo e aprile, il secondo che prevede invece un’estensione delle misure restrittive fino alla fine di giugno.

IL PRIMO SCENARIO: LOCKDOWN FINO AD APRILE
Se il lockdown finisse ad aprile, a fine 2020 si registrerebbe una contrazione dei consumi finali del 4,1%, con un riduzione del valore aggiunto generato generato dal sistema produttivo italiano dell’1,9% ( di cui un -1,5% legato direttamente agli shock settoriali, e un -0,4% agli effetti indiretti). «Il maggiore contributo alla caduta del valore aggiunto complessivo – si legge nell’analisi – proverrebbe dalla contrazione delle spese per altri servizi -al netto delle spese turistiche- (-0,9%), mentre il contributo della riduzione delle spese per beni e di spese turistiche sarebbe rispettivamente di -0,7 e -0,4 punti». A livello occupazionale si registrerebbe una diminuzione di 385 mila lavoratori (di cui 46 mila non regolari). A subire le riduzioni più marcate sarebbero i comparti dell’alloggio e ristorazione (-11,3%) e del commercio, trasporti e logistica (-2,7%). Sarebbero invece di entità minore gli effetti che si produrrebbero sui settori che producono beni d’investimento e sulle costruzioni, co diminuzioni inferiori al punto percentuale. 

SECONDO SCENARIO: LOCKDOWN FINO A GIUGNO
Per quanto riguarda invece il secondo scenario, ovvero con un’estensione del lockdown fino a giugno, l’Istat prevede una diminuzione dei consumi finali del 9,9% a fine anno, con una contrazione complessiva del valore aggiunto pari al 4,5% (si cui 3,4 punti per gli effetti diretti e 1,1 per quelli indiretti. In questo caso gli occupati coinvolti sarebbero quasi 900 mila, dei quali 103 mila non regolari. «Anche in questo caso, le contrazioni più marcate del valore aggiunto – spiega l’Istat – si riferirebbero alle attività di alloggio e ristorazione (-23,9%) e commercio, trasporti e logistica (-6,9%)», ma si registrerebbero ripercussioni più marcate anche per i beni di consumo, servizi alla persona e servizi personali. 

 

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