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L’impatto del coronavirus sulla povertà educativa

L’indagine Save the Children lancia l’allarme. Scuole chiuse, attività sportive interrotte: l’emergenza sanitaria rappresenta un rischio di isolamento sociale per i ragazzi
di Redazione

La chiusura di attività economiche, culturali e delle scuole per contenere il contagio del coronavirus ha comportato inevitabilmente un cambiamento nello stile di vita delle persone. Save the Children ha focalizzato l’attenzione sulle conseguenze che le misure restrittive stanno avendo su famiglie e bambini attraverso l’indagine Riscriviamo il Futuro. L’impatto del Coronavirus sulla povertà educativa, realizzata dal 22 al 27 aprile. Secondo il report conclusivo, per quanto riguarda le famiglie, più del 60% dei genitori stanno convivendo con una riduzione temporanea dello stipendio a causa dell’emergenza coronavirus, tanto che rispetto al pre-lockdown, i nuclei familiari in situazione di vulnerabilità socioeconomica che necessitano di aiuti sono passati dal 18,6% al 32,2%.  A questa situazione si aggiungono i dati secondo cui il 44,7% delle famiglie intervistate con figli tra gli 8 e i 17 anni, ha dovuto cambiare anche le abitudini alimentari a causa della riduzione delle entrate, riducendo il consumo di carne e pesce, mentre circa una famiglia su tre ha dovuto rimandare il pagamento di bollette e una su quattro delle rate del mutuo o dell’affitto.

L’indagine di Save the Children si è focalizzata soprattutto sull’impatto della pandemia e delle restrizioni di movimento e associazione sulla povertà educativa e culturale.

Senza scuola, sport o altre attività ludiche l’allarme è che i bambini, oltre a vivere di conseguenza una povertà in senso economico, rischiano di vivere anche la povertà educativa e l’isolamento. Innanzitutto, la didattica a distanza non ha raggiunto tutti gli studenti allo stesso modo e questo ha ampliato il divario territoriale, ma anche quello sociale: il 44% dei genitori si dice preoccupato di non poter tornare al lavoro o cercarne uno perché i figli non vanno a scuola e non saprebbero a chi lasciarli, mentre per quanto riguarda i bambini tra gli 8 e gli 11 anni, il 10% di essi non segue mai le lezioni a distanza o lo fa meno di una volta a settimana. In generale la didattica a distanza non funziona sempre: circa 1 ragazzo su 5 ha più difficoltà di fare i compiti rispetto alla situazione pre-coronavirus e la percentuale sale al 22,4% tra quelli che vivono in contesti familiari di svantaggio socio-economico, condizione che potrebbe favorire la dispersione scolastica. Infatti, circa un genitore su 20 ha paura che i figli debbano ripetere l’anno, nonostante le disposizioni ministeriali lo vietino, o che possano lasciare la scuola. E il 60,3% dei genitori ritiene che i propri figli avranno bisogno di supporto quando torneranno a scuola data la perdita di apprendimento degli ultimi mesi.

Inoltre l’assenza di socialità di questi mesi porta i bambini e gli adolescenti ad un isolamento che potrebbe prolungarsi e avere ripercussioni sul loro modo di relazionarsi una volta tornati alla “normalità”, tanto che il 51% dei ragazzi intervistati preferisce svagarsi navigando su internet, il 37% stando sui social e il 18% giocando online con persone che non conosce.

 

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