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L’impatto della crisi sanitaria sulle imprese

Quelle che nel 2018 risultavano “dinamiche”, ad esempio per investimenti e transizione digitale, stanno reagendo con maggior successo alle difficoltà

di Redazione

Le imprese più “dinamiche” sono quelle che stanno reagendo meglio alla crisi derivata dalla pandemia. Nello specifico, l’evoluzione della crisi ha accelerato la trasformazione digitale, favorendo la diffusione di investimenti in server cloud e postazioni di lavoro virtuali (ora nel 27% delle imprese), software per la gestione condivisa di progetti (ora al 19%) e, dal lato della vendita, il ricorso all’e-commerce (17,4% delle imprese). Tuttavia la pandemia ha anche accentuato il divario tra i sentieri di sviluppo delle imprese: tra le oltre 215 mila unità con almeno 10 addetti, quasi 60 mila che nel 2018 risultavano “dinamiche”, ad esempio per investimenti e transizione digitale, stanno reagendo con successo alla crisi in atto, accrescendo la distanza con le circa 68.500 che, già tendenzialmente “statiche”, si confermano tali nella nuova recessione. Queste ultime, per lo più di piccola dimensione, sono presenti in tutti i settori produttivi, ma risultano relativamente più diffuse nelle costruzioni, nel commercio, nella ristorazione, nelle attività di intrattenimento e in altri servizi alla persona.

Secondo i risultati della seconda indagine su Situazioni e prospettive delle imprese nell’emergenza sanitaria Covid-19 dell’Istat – riportati nell’ultimo Rapporto sulla competitività dei settori produttivi – a fine 2020 il 32,4% delle imprese con almeno tre addetti riteneva ancora compromesse le proprie possibilità di sopravvivenza nei primi sei mesi del 2021; il 62% prevedeva ricavi in diminuzione e meno del 20% riteneva di non avere subito conseguenze o di aver tratto beneficio dalla crisi.

La crisi ha colpito soprattutto le unità di piccola e piccolissima dimensione: a fine 2020 si dichiaravano a rischio oltre il 33% delle microimprese (3-9 addetti), il 26,6% delle piccole (10-49 addetti), il 15,1% delle medie (50-249 addetti) e il 10,7% delle grandi (250+ addetti).

Per il 58,1% delle imprese con almeno tre addetti il principale vincolo alla ripresa nel primo semestre del 2021 è la diminuzione della domanda nazionale; per il 19,2% quella della domanda estera, per il 34,1% il rischio di illiquidità, cui provvedere anche attraverso nuove fonti di finanziamento (in particolare l’accensione di nuovo credito bancario).

La quota di chi segnala seri rischi di chiusura è elevata nelle attività delle agenzie di viaggio (oltre 73%), in quelle artistiche e di intrattenimento (oltre 60%), nell’assistenza sociale non residenziale (circa 60%), nel trasporto aereo (59%), nella ristorazione (55%). Nel comparto industriale risaltano le difficoltà della filiera della moda: abbigliamento (oltre 50%), pelli (44%), tessile (35%). Chi opera sui mercati esteri resiste meglio alla crisi. Forme di internazionalizzazione avanzate (esportazione su scala globale, appartenenza a gruppi multinazionali) si associano a minori rischi di chiusura, problemi di liquidità, di domanda o di approvvigionamento. In tale contesto emerge la tenuta decisamente maggiore delle imprese appartenenti a gruppi multinazionali.

Quasi 300 mila unità (circa il 30% del totale con almeno tre addetti), in prevalenza microimprese industriali e dei servizi alla persona, sono state “spiazzate” dall’emergenza sanitaria e a fine 2020 non avevano ancora attuato concrete strategie di difesa. Il 25,8% (circa 260mila unità) ha reagito introducendo nuovi prodotti, diversificando i canali di vendita e di fornitura (anche con servizi online e di e-commerce), intensificando le relazioni produttive con altre imprese; il 20,9% (circa 213 mila) ha riorganizzato processi e spazi di lavoro, accelerato la transizione digitale, adottato nuovi modelli di business; il 16% (oltre 160 mila unità) ha ridotto i fattori produttivi o differito i piani di investimento.

Nei servizi risulta strutturalmente fragile o a rischio circa il 50% delle imprese, con picchi elevatissimi in alcuni settori a bassa intensità di conoscenza: ristorazione (95,5%), servizi per edifici e paesaggio (90%), altre attività di servizi alla persona (92,1%), assistenza sociale non residenziale (85,6%), attività sportive e di intrattenimento (85,5%). Nell’industria quote elevate si osservano in alcuni comparti a basso contenuto tecnologico: legno (79,7%), costruzioni specializzate (79,7%), alimentari (78,5%), abbigliamento (73,2%). Una parte non trascurabile di imprese fragili reagisce attivamente alla crisi riorganizzando processi, spazi, input di lavoro: nella manifattura, accade soprattutto nei settori di stampa ed editoria (circa il 21% delle imprese), carta (17,4%), elettronica (17,8%), apparecchiature elettriche (16,2%); nel terziario, in quelli di servizi postali e corriere (28,8%), attività culturali (24,5%), pubblicità e ricerche di mercato (17,4%).

 

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