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I presidenti della Seconda Repubblica

Da Oscar Luigi Scalfaro a Sergio Mattarella, passando per il bis di Giorgio Napolitano: una panoramica sulle ultime elezioni per il Quirinale

di Alfredo Caputo

Il mandato di Oscar Luigi Scalfaro finirà a maggio 1999 al termine di una stagione politica e di una serie di avvenimenti, anche drammatici, che daranno vita alla cosiddetta Seconda Repubblica. Tra gli aspiranti a succedergli, anche (spinta da una campagna di opinione) la radicale Emma Bonino. Le opzioni possibili erano un presidente eletto a maggioranza, in tal caso il centrosinistra (con possibile aggiunta di Rifondazione e/o Lega) poteva puntare su un nome, anche divisivo, che compattasse l’alleanza o in alternativa, una larga convergenza, col centrodestra. Berlusconi, all’ipotesi Scalfaro bis minacciò “manifestazioni di piazza, di milioni di persone infuriate”; Veltroni, segretario DS (nuovo nome del PDS che incorporò formazioni minori, per lo più socialiste) lanciò il ministro del Tesoro, Carlo Azeglio Ciampi, che aveva la contrarietà dei centristi della maggioranza, ma un buon rapporto con sinistra radicale e Gianni Letta (braccio destro del Cav), il quale in primavera gli assicura il sostegno di FI. Il governo D’Alema (il primo a guida post comunista) nasce da un’operazione neocentrista guidata da Cossiga che punta a far saltare il bipolarismo, via riforma proporzionale; ciò allarma An e gli ulivisti (seguaci di Prodi che diedero vita ai Democratici, per rimarcare la scelta bipolare). Le sirene neocentriste attiravano Berlusconi e i Popolari, ergo, la candidatura di un Popolare stava bene al Cav., ma era indigesta per AN. Intanto Prodi diventa presidente della Commissione UE, il centrodestra auspica una rosa di nomi tra cui scegliere, ipotesi respinta (“non può indicarlo l’opposizione neanche tra nomi di area nostra”) dal centrosinistra, che lavorava in due direzioni: la prima (il presidente a maggioranza), scartati in chiave anticentrista il presidente del Senato, Mancino e il leader popolare Marini, punta sulla ministra dell’Interno, Jervolino, irricevibile a destra; la seconda (accordo col centrodestra), scartato Amato (temendo reazioni delegittimanti da Craxi), punta su Ciampi. I popolari insistono sulla Jervolino, i Ds (in contatto con FI e An) frenano, fino al vertice, esplosivo, di maggioranza, il 12 maggio, vigilia del voto. Nel centrosinistra, che dà mandato a D’Alema per trattare con Berlusconi un accordo (chiuso in due ore su Ciampi), la lacerazione, evidente, si aggiungeva a quella post caduta di Prodi. Compatti, a destra, su Ciampi (eccetto pochi neocentristi in FI), voto che il Cav si intesta entusiasta a differenza di un centrosinistra sanguinante. Il ministro passa al primo colpo (70%), i leghisti votano il senatore Gasperini (7%), Rifondazione (2%) l’ex presidente della Camera, Ingrao; 15 voti alla Bonino; forte dispersione (17%), tra bianche e candidati minori, dove si annidarono (in massima parte nei centristi di maggioranza) i franchi tiratori.

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E veniamo al 2006: alle politiche vi è l’elezione più bipolare di sempre, le coalizioni si equivalgono (l’Ulivo prevale 49,8 a 49,7), fuori da esse il nulla; l’affluenza, a seguito di una campagna elettorale molto dura, è alta (83%) e dopo una rimonta berlusconiana che pone il risultato in bilico, Prodi la spunta per meno di 25.000 voti, intascando il “premio di maggioranza” alla Camera, che permette al centrosinistra di dare le carte per la scelta del nuovo capo dello Stato. I “grandi elettori” sono convocati l’8 maggio, Ciampi rifiuta un secondo mandato; il segretario DS, Fassino lancia, in un’intervista, la candidatura D’Alema, da condividere col centrodestra, in cambio del presidenzialismo (storico sogno a destra), l’uscita fa infuriare i partner di una maggioranza, tanto risicata quanto eterogenea e il tentativo abortisce. Invertendo il metodo del 1999, il centrodestra fa una rosa di nomi (gli ex premier Amato e Dini; il presidente del Senato, Marini; l’ex Commissario UE, Mario Monti), di centrosinistra (eccetto Monti, tecnico) ma non sgraditi a destra, dando all’Ulivo la scelta, in modo da avere un presidente condiviso in un paese spaccato a metà; il centrosinistra rifiuta, designando Giorgio Napolitano ex presidente della Camera. Al primo scrutinio, quasi metà le schede bianche (Ulivo), il centrodestra vota il candidato di bandiera Gianni Letta, qualche voto va a D’Alema. Al secondo il centrodestra vira sulla scheda bianca, eccetto la Lega, che vota il leader, Bossi; le bianche sfiorano i 3/4 dell’assemblea, permangono voti a D’Alema. Al terzo scrutinio, Bossi scompare dai radar per riapparire (4%) al quarto, in cui Napolitano, primo post comunista, viene eletto, col 54%; scheda bianca dal resto del centrodestra (36%). Dopo una lunga instabilità, a causa della frammentazione interna, il governo Prodi cade (2008), l’offerta politica muta ancora: le forze maggiori dei due schieramenti si fondono, nascono PD (da DS e Margherita -centristi dell’Ulivo-) e PdL (da FI e AN), si torna alle urne, con un’ampia vittoria di Berlusconi. Il suo governo va in crisi (autunno 2011) col Cav cacciato da Palazzo Chigi dalla crisi sui mercati finanziari, lo sostituirà Mario Monti alla testa di un governo tecnico.

Emerge, dalla crisi di sistema, il voto di protesta che premierà il Movimento 5 Stelle, fondato da Beppe Grillo, prima forza (25%) alle elezioni 2013, in cui si ha un sostanziale pareggio centrosinistra-centrodestra, entrambi poco sotto il 30; Monti a capo dei centristi, si ferma al 10. Come nel 2006, il centrosinistra conquista all’ultimo voto il premio di maggioranza, dando le carte sul Quirinale, in un anno di nuova coincidenza di elezioni politiche e presidenziali. La frammentazione rende necessario un accordo tra schieramenti: lo trovano Bersani, PD (da cui si sgancia SEL -sinistra radicale-, che sosterrà il giurista Stefano Rodotà, scelto, tramite voto on line, dai 5 Stelle), Monti e Berlusconi (si associa la Lega) sul nome di Marini; ma il sindaco di Firenze, Renzi (PD) dice no, sostenendo con la sua corrente l’ex sindaco di Torino, Chiamparino. Circa 200 franchi tiratori (soprattutto PD) affondano Marini, il quale si ritirerà ottenendo, col 52%, la (insufficiente ai primi tre scrutini) maggioranza assoluta (ad oggi, è il non eletto più votato). Saltato l’accordo, il secondo scrutinio va a vuoto, Chiamparino raddoppia i suffragi, finendo secondo dietro Rodotà; numerosissimi voti dispersi e bianche, 38 a D’Alema. A vuoto anche il terzo scrutinio; l’assemblea PD il 19 aprile mattina acclama Prodi quale candidato; insorge il centrodestra che per evitare nel segreto dell’urna propri voti a Prodi, esce dall’Aula; Monti lancia la ministra degli Interni, Annamaria Cancellieri, i 5S restano su Rodotà, SEL va su Prodi. Al quarto voto il PD si suicida: Prodi (lontanissimo dal quorum, 39%) è silurato da oltre 100 franchi tiratori, da cercare, secondo gli osservatori, tra renziani e dalemiani; Rodotà, senza SEL, cala al 21%, montiani piuttosto compatti sulla Cancellieri (8%). In serata, Prodi si ritira, si dimettono i vertici PD. A vuoto il quinto scrutinio; PD, centristi, PdL e Lega si recano al Quirinale, chiedendo a Napolitano il bis, il presidente accetta, passando (73%) al sesto voto; SEL e 5 Stelle restano (22%) su Rodotà, Fratelli d’Italia (scissione a destra, dal PdL), vota il colonnello De Caprio, 1%.

Iniziando il nuovo mandato, Napolitano sprona i partiti a riforme istituzionali attese da 30 anni, sempre naufragate. A seguito delle rivelazioni del giornalista Alan Friedman (2014), sul suo ruolo nei mesi precedenti la crisi del governo Berlusconi (novembre 2011) in cui avviò sin dall’estate una sorta di pre-consultazioni informali in vista di un possibile esecutivo tecnico, il presidente è sottoposto a impeachment dai 5 Stelle, cui si associa la Lega, che verrà respinto. Messo in carreggiata, col governo Renzi (leader PD da fine 2013) il percorso di riforme, Napolitano si dimette a gennaio 2015.

Convocato il Parlamento a fine mese, il premier, scavalcando gli alleati, sia di governo (NCD, scissione da FI) sia extra governativi, sulle riforme (FI nel “patto del Nazareno”), per ricomporre un PD (al solito) lacerato, impone, al Quirinale, il nome di Sergio Mattarella su cui ottiene la confluenza di SEL. I 5 Stelle scelgono on line l’ex giudice Imposimato; Fratelli d’Italia e Lega votano il giornalista Vittorio Feltri; SEL la storica esponente PCI Luciana Castellina (ma al quarto vota Mattarella); ottengono voti Rodotà, la Bonino, l’ex sindaco di Milano, Albertini. Esauriti così, i primi tre scrutini, al quarto passa (66%) Mattarella, a Imposimato il 13%, quasi il 5 a Feltri, sotto il 2 Rodotà, bianche (12%) da FI.

NCD leccandosi le ferite, vota Mattarella (giudice costituzionale, già ministro DC); FI no, soprattutto sul metodo: Berlusconi voleva co-determinare la scelta, Renzi che aveva stravinto le europee, da dominus del sistema politico, non lo concede, ma la rottura col Cav non sarà indolore, FI si sfila dalle riforme istituzionali, che non avranno più i 2/3 dei voti parlamentari necessitando, dunque, di conferma referendaria. Proprio quel referendum (a fine 2016) cui Renzi aveva legato la vita del governo, trasformandolo in un voto su di sé, segna la sconfitta del leader, che vedrà schierati contro, tutti i suoi nemici, vecchi (5 Stelle, Lega, Fratelli d’Italia e Sinistre anche interne) e nuovi (FI). Il referendum boccerà (60%) le riforme, Renzi si dimette da premier, restando (solo dopo nuove primarie) segretario PD, ma subendo la scissione della sinistra interna; al governo lo sostituirà Paolo Gentiloni, il resto è storia nota.

 

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