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Imprenditoria e professioni qualificate, le donne al lavoro

Nonostante un divario di genere ancora evidente, si registrano miglioramenti sul lato imprenditoriale e delle assunzioni nei settori ad alta specializzazione

di Redazione

Come già si era potuto osservare dopo la crisi economica del 2008-2009, anche stavolta una risposta importante alle difficoltà economiche derivate dalla pandemia arriva dall’imprenditoria femminile. Anzi, osserva la Cna, «l’imprenditoria femminile è una realtà di grande valore per l’economia nazionale». Secondo i dati Unioncamere, infatti, oltre un quarto dei ruoli imprenditoriali italiani sono coperti da donne, per la precisione, 2,8 milioni in termini assoluti equivalenti al 26,8% del complesso di titolari, amministratori e soci d’impresa del nostro paese. Nel 69,7% dei casi le donne non svolgono una funzione ausiliaria – prosegue la Cna nell’analisi –, ma sono responsabili in prima persona dello sviluppo del progetto imprenditoriale in qualità di titolari (29,2%) e/o di amministratrici (40,5%). Considerato poi che il numero delle imprese registrate alle Camere di commercio è pari a circa sei milioni, ne deriva che le donne operano mediamente in un’impresa su due e che rivestono ruoli apicali di titolare e/o di amministratore quasi in un’impresa su tre.

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Chiaramente questi dati rappresentano una parte della panoramica imprenditoriale in Italia, che di volta in volta scattano un’istantanea della componente femminile nel mondo del lavoro in occasione di ricorrenze come appunto è l’8 marzo. L’altra faccia della medaglia, secondo un’indagine Crif che stima a febbraio 2022 le imprese femminili essere 1.381.987 (erano 1.312.451 alla fine del 2015), è che rappresentano solo il 22% delle imprese italiane. L’investimento 1.2 dedicato alla «Creazione di imprese femminili» e previsto dal Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR) – viene spiegato a tale proposito – si prefigge di sostenere la realizzazione di progetti aziendali innovativi per imprese già costituite e operanti a conduzione femminile o prevalente partecipazione femminile, quali ad esempio la digitalizzazione delle linee di produzione e il passaggio all’energia verde. «Per fotografare lo stato dell’arte – prosegue la nota – CRIF ha sviluppato algoritmi basati sull’intelligenza artificiale (A.I.) in grado di misurare il livello di digital attitude delle imprese, integrati all’interno della piattaforma proprietaria di marketing intelligence. Nello specifico, grazie a questi innovativi indicatori è stato possibile fare un profiling delle imprese femminili, dal quale emerge che l’88% di queste si caratterizza per una bassa digitalizzazione contro un 61% della media nazionale. Inoltre, nelle fasce con livello medio-alto e alto di digitalizzazione ricade solo il 5% di imprese femminili contro un 16,7% delle imprese totali».

Sul fronte occupazionale, tuttavia, si osserva ancora una certa difficoltà da parte della componente femminile di rimettersi in carreggiata. Eppure stando al dossier Donne e lavoro: ancora lontana la ripresa occupazionale, realizzato da Fondazione Studi Consulenti del Lavoro, le donne rappresentano il 66,3% delle nuove attivazioni nelle professioni intellettuali e ad alta specializzazione, registrando una crescita del 23% rispetto al 2019. A fronte di una diminuzione delle occupate, in termini assoluti, dal 2019 al 2021, cresce, insomma, la propensione a valutare profili femminili tra i più qualificati anche negli ambiti tradizionalmente appannaggio degli uomini, quali i settori ingegneristico, delle scienze matematiche e informatico.

 

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