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I ragazzi e la pandemia: i risultati dell’indagine Istat sugli alunni delle scuole secondarie

La didattica a distanza non convince granché, i ragazzi stranieri hanno sperimentato maggiori difficoltà di accesso alla DAD

di Redazione

La vita quotidiana dei giovanissimi è radicalmente cambiata a seguito delle misure adottate per il contenimento della pandemia da Covid-19, osserva l’Istat nell’indagine sugli alunni delle scuole secondarie da cui è tratto il report I ragazzi e la pandemia: vita quotidiana “a distanza”. Come è noto, spiega appunto l’Istat, i ragazzi che frequentano le scuole secondarie di primo e secondo grado sono stati toccati poco dalla pandemia dal punto di vista delle conseguenze di salute più gravi. Tuttavia, l’esperienza delle restrizioni volte a mantenere il distanziamento sociale li ha colti di sorpresa in una fase del percorso di vita in cui la dimensione sociale assume progressivamente un ruolo di primo piano, con ripercussioni su tutte le principali dimensioni della loro quotidianità fatta di scuola, attività extrascolastiche, relazioni con i pari e tempo libero.

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I ragazzi e le ragazze hanno sperimentato per la prima volta un modo totalmente nuovo di “andare a scuola” pur restando a casa. La quasi totalità degli alunni delle scuole secondarie di primo e secondo grado (98,7%, pari a oltre 4 milioni e 220 mila) ha infatti affrontato periodi di didattica a distanza (successivamente chiamata didattica digitale integrata).

I risultati dell’indagine, in pillole, restituiscono il seguente quadro: la quasi totalità degli alunni ha sperimentato periodi di didattica a distanza, ma il 67,7% preferisce le lezioni in presenza; il distanziamento sociale ha causato un crollo nella frequentazione degli amici (diminuita per il 50,5% degli alunni) e un aumento del ricorso a chat e social media per comunicare (aumentato per il 69,5% dei ragazzi); una quota non trascurabile di alunni segnala anche un peggioramento della situazione economica della famiglia (29,4%); i ragazzi stranieri hanno sperimentato maggiori difficoltà di accesso alla DAD e più spesso segnalano un peggioramento delle condizioni economiche familiari.

Entrando più nello specifico, prosegue l’Istat, sebbene “nativi digitali” e utilizzatori, anche prima della pandemia, delle tecnologie digitali per la comunicazione, l’informazione, il gaming e la fruizione di audiovisivi, il ricorso “obbligato” alla didattica a distanza ha sicuramente introdotto un cambio di passo nell’utilizzo dell’ICT, ma anche nuovi elementi di diseguaglianza connessi a divari digitali (e socio-economici) pre-esistenti. Se è vero che i ragazzi erano già “molto connessi”, non tutti disponevano degli strumenti più adeguati, sia dal punto di vista dell’hardware sia della connessione di rete, per seguire numerose ore di didattica a distanza. 

L’80% dei ragazzi italiani ha potuto seguire sin da subito e con continuità la didattica a distanza nel periodo compreso tra marzo e giugno del 2020. Tra gli stranieri la percentuale di chi ha potuto essere costante nella frequenza delle lezioni online scende, invece, al 71,4%. Non si evidenziano differenze rilevanti tra gli alunni delle scuole secondarie di primo e secondo grado. Durante l’emergenza le scuole, insieme ad altre strutture pubbliche e del privato sociale, hanno cercato di sostenere i ragazzi più svantaggiati mettendo a disposizione pc e tablet, ma dai primi risultati dell’indagine emerge chiaramente che, anche dopo il primo lockdown, non è stato possibile appianare del tutto i divari. In particolare, nell’a.s. 2020/2021 i ragazzi stranieri hanno utilizzato in misura minore rispetto ai loro coetanei italiani il PC per seguire la DAD: la quota è del 72,1% contro l’85,3% degli italiani; di conseguenza gli alunni stranieri hanno fatto maggiormente ricorso al cellulare per seguire le lezioni (64,3% contro 53,7%). Considerando coloro che hanno utilizzato un solo strumento, l’uso esclusivo dello smartphone ha riguardato il 16,8% dei ragazzi stranieri contro il 6,8% degli italiani. Per i ragazzi cinesi e marocchini l’utilizzo esclusivo del cellulare è molto più elevato rispetto alla media degli stranieri, circa il 23%.

Le differenze nell’utilizzo esclusivo del cellulare tra ragazzi italiani e stranieri, insomma, evidenziano come siano proprio gli alunni delle collettività con le maggiori difficoltà scolastiche, spesso legate alla comprensione della lingua, che hanno avuto a disposizione mezzi meno adeguati per seguire la didattica a distanza. Va sottolineato che l’attività ha implicato non solo seguire le lezioni, ma anche fare i compiti, e a volte svolgere test online. L’utilizzo esclusivo dello smartphone è anche connesso a una maggiore quota di ragazzi che classificano la propria famiglia povera o molto povera. Svantaggiati rispetto agli strumenti per la didattica a distanza sembrano anche gli studenti del Mezzogiorno rispetto a quelli del Centro-nord. Nel Sud e nelle Isole la quota di coloro che si sono collegati utilizzando tra gli strumenti anche il PC è dell’80,1% contro l’84,8% del Centro, l’85,8% del Nord-ovest e l’89,9% del Nord-est. Più svantaggiati di tutti sono gli stranieri che frequentano le scuole nel Mezzogiorno: nel 61,5% dei casi hanno potuto utilizzare anche il PC, una quota decisamente più bassa rispetto a quelli che vivono nel Nord-est (78%), nel Nord-ovest (73%) e al Centro (70,5%).

Più della metà dei ragazzi senza una connessione Internet stabile a casa

Non tutti i ragazzi possono disporre nella propria abitazione di una connessione internet stabile, aggiunge poi l’Istat, rimarcando: il 50,9% dichiara problemi contro il 43,3% che afferma di averne una ottima. In questo caso non si evidenziano particolari differenze tra ragazzi italiani e stranieri e anche le differenze territoriali risultano contenute. I ragazzi stranieri hanno dovuto gestire situazioni logistiche più complesse durante la didattica a distanza. Mentre seguivano le lezioni da casa hanno ad esempio più frequentemente condiviso la stanza con fratelli e sorelle: erano soli nella stanza l’87,7% degli italiani e l’81,4% degli stranieri che nel 13,7% dei casi si trovavano con fratelli e sorelle contro il 6,9% degli italiani. 

 

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