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Lavoro e giovani, resta l’allarme Neet

Un fenomeno non nuovo, ma che è cresciuto molto negli anni della pandemia. In Italia record nel 2020

di Redazione

Tra i problemi analizzati nelle scorse settimane in lungo e in largo attorno al mercato del lavoro, un capitolo a parte lo merita quello dedicato ai Neet (i giovani considerati Not in Education, Employment or Training). Non un fenomeno nuovo, ma che negli ultimi tempi si è aggravato, complice anche la pandemia. 

Nel 2020 – osserva l’Eurispes nel Rapporto Italia 2022l’Italia ha raggiungo un poco lusinghiero record: è il paese in cui ci sono più Neet rispetto a tutti gli altri Stati dell’Unione europea, con il 25,1%; seguono Grecia (21%), Bulgaria (19%) e Spagna (18,6%), mentre si assesta al 7% in paesi come Svezia e Paesi Bassi. Oltre a questi, sono numerosi i paesi che si collocano al di sotto della media europea (13,2%): Polonia (12,6%), Belgio e Lituania (12%), Estonia (11,9%), Lettonia (11,8%), Portogallo (11,2%), Finlandia (11%), Danimarca (10,9%), Austria (10,8%), Malta (10,5%), Germania (10%), Slovenia (9,8%), Lussemburgo (9,2%).

Volendo riflettere anche sulla situazione di paesi che non sono parte dell’Unione europea, prosegue l’Eurispes, raggiungono un risultato peggiore dell’Italia solo tre paesi: Turchia (33,6%), Montenegro (28,6%) e Macedonia (27,6%). Hanno invece numeri decisamente limitati paesi come Islanda (9,2%), Norvegia (9%) Svizzera (7%; dati Eurostat relativi al 2021). In Italia il numero di giovani Neet è cresciuto in tutte le età considerate (15-24 anni, 18-29 anni, 15-29 anni e 15-34 anni). In particolare il numero di Neet nella classe di età 15-34 anni tra il 2007 e il 2014 è aumentato fino a raggiungere il primo posto nella classifica Eurostat nel 2020 con 3.085.000 unità.

Secondo l’Eurostat, inoltre, i soggetti più colpiti dall’emergenza sanitaria sono stati gli autonomi e i lavoratori con contratto a tempo determinato. Si tratta, ovviamente, soprattutto di giovani. Anche l’Ocse evidenzia come l’impatto economico e sociale della pandemia sia caratterizzato da una particolare “asimmetria generazionale” che non solo ha interferito con i percorsi di emancipazione giovanile ma ne ha significativamente frenato l’avvio e lo sviluppo. 

I fattori di rischio per scivolare nella categoria dei Neet – spiega ancora l’Eurispes – riguardano le variabili genere, il titolo di studio e la condizione professionale. Con riferimento alla questione di genere, dei 3.085.000 Neet in Italia, ben 1,7 milioni sono donne. Il 25% delle ragazze con meno di 30 anni rientra nel gruppo e delle 8,6 milioni di donne in questa condizione in tutta Europa, un terzo appartiene all’Italia. Rispetto alle fasce d’età, tra i 15 e i 19 anni la percentuale di ragazze Neet è del 45% mentre nella fascia d’età tra i 30 e i 34 anni, la percentuale raggiunge il 66% (ministero per le Politiche Giovanili, 2022). L’incidenza delle donne tra i Neet aumenta con l’età: infatti, nella fascia d’età 15-19 anni, è registrabile un equilibrio sostanziale (45% donne e 55% uomini), ma già passando alla fascia superiore, quella 20-24 anni, le donne raggiungono il 49% sul totale dei Neet. Prendendo in esame il range 25-29 anni, la quota di donne Neet balza al 59%, un aumento del 10%. Infine, tra i 30 e i 34 anni le donne rappresentano il 66% dei giovani non impegnati in percorsi di studio, di formazione o in attività lavorative. 

Giocano poi un ruolo fondamentale nella permanenza dello status di Neet il titolo di studio e il territorio. Infatti, ad essere maggiormente trattenuti nella condizione di occupazione sono soprattutto i giovani del Nord, nella classe di età più avanzata, maschi, con titolo di studio più elevato (Istat, 2021). Una nota interessante riguarda  le laureate, che restano nell’occupazione superando i laureati nella stessa condizione (45% e 40%, rispettivamente).

Viceversa, nella condizione di Neet permangono prevalentemente quelli che hanno un livello di istruzione al massimo pari al diploma superiore (circa 19% se donne e 14% se uomini). E ancora di più, evidenza il Rapporto annuale Istat 2021, vi permangono purtroppo le giovani e i giovani del Mezzogiorno, rispettivamente al 26,5% e 24,6%. Per molti/e giovani la condizione di Neet risulta essere transitoria; tuttavia, il protrarsi di questa condizione segnala criticità nell’inserimento o nel reinserimento nel mercato del lavoro. Disaggregati per ruolo in famiglia e cittadinanza, i Neet in Italia nella fascia d’età 15-29 anni nel 2020 sono principalmente “figli”, mentre tra i “genitori” (178 mila) le madri sono la netta maggioranza (161 mila) (ministero per le Politiche giovanili, 2022).

I dati del nostro paese del secondo trimestre 2020 evidenziano che il percorso formativo si interrompe molto presto per il 13,5% dei giovani tra 18 e 24 anni. Tale fenomeno è preoccupante specialmente in termini di disuguaglianze (ministero per le Politiche giovanili, 2022). Le competenze apprese e le scelte successive dipendono in modo stringente dal contesto socioeconomico di provenienza. Il titolo di studio dei genitori condiziona fortemente la riuscita scolastica e la permanenza nel sistema di istruzione e formazione. Secondo i dati dal ministero per le Politiche giovanili, i figli di genitori con al massimo il diploma di scuola secondaria inferiore hanno un tasso d’uscita dai percorsi di istruzione e formazione del 24%, che si riduce al 5,5% tra i figli di genitori con il diploma di scuola secondaria superiore e all’1,9% tra i figli di genitori con almeno la laurea.

 

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