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Tra consumi e caro bollette, così il settore energetico in Italia

Con riferimento al 2019, il consumo di energia per unità di Pil dell’Italia è stato il più basso tra le maggiori economie europee, ma anche quello che negli anni più recenti ha mostrato il calo minore

di Redazione

Con la crisi del gas in atto, la Russia che minaccia di interrompere le forniture alla luce degli sviluppi della guerra in Ucraina e il conseguente rischio di razionamenti – o comunque l’attivazione di buone pratiche volte ad una riduzione dei consumi energetici –, lo scenario per l’imminente autunno-inverno non appare dei più rosei. Molto più che imprese e famiglie lamentano il rialzo elevatissimo delle bollette, una situazione che però potrebbe anche peggiorare nelle prossime settimane. Ma a che punto è l’Italia in materia di risparmio e consumo energetico rispetto agli altri principali paesi UE (Germania, Francia e Spagna)?

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A venirci incontro è il Rapporto annuale 2022 dell’Istat, che spiega come, con riferimento al 2019, ultimo anno disponibile per una comparazione, il consumo di energia per unità di Pil (intensità energetica) dell’Italia risulti essere il più basso tra le maggiori economie europee, ma anche quello che negli anni più recenti ha mostrato il calo minore. In termini pro-capite, i consumi energetici delle famiglie (superiori rispetto alla Spagna e inferiori alla Francia e alla Germania) si sono mantenuti invece relativamente stabili nelle quattro economie.

Entrando nel dettaglio, molto più rilevante, osserva l’Istat, è stata la riduzione di lungo termine del consumo energetico complessivo. In Italia, tra il 2000 e il 2019 questo è diminuito del 10,9% e di un ulteriore 8,6% nel 2020, in corrispondenza della fase più acuta della pandemia. Alla flessione ha contribuito soprattutto la contrazione di circa un terzo dei consumi dell’industria, a sua volta derivante dal combinarsi degli effetti di una riduzione dell’output, della ricomposizione delle produzioni e del calo del fabbisogno energetico per unità di prodotto dovuto ai miglioramenti tecnologici. L’apporto alla riduzione dell’utilizzo di energia da parte degli altri settori e delle famiglie è stato invece più modesto e concentrato nell’ultimo decennio. 

Dal lato dell’offerta, il petrolio è la fonte principale nel mix energetico di Germania e Spagna, rappresentando rispettivamente il 36 e il 47,2%. La Francia ha una strategia improntata al nucleare, che incide per il 41,1% sulla disponibilità energetica del paese, mentre l’Italia privilegia il gas naturale, che pesa per il 38,6% del totale (meno di un quarto in Germania e Spagna, meno del 15% in Francia) e che ha subito i maggiori rincari. Rispetto agli altri paesi, in Italia hanno un peso più elevato gli idrocarburi (oltre tre quarti del totale), ma anche le rinnovabili, con il 18,7%, a fronte del 14,6% della Germania, del 13,7% della Spagna e del 9,3% della Francia. L’attuale mix energetico italiano – afferma l’Istat – è il risultato di un’evoluzione che ha portato, negli ultimi vent’anni, a una sensibile riduzione dell’incidenza di petrolio e derivati (dal 51,9 al 35,9%) e ad un aumento del contributo di gas naturale (dal 32,9 al 38,6%) e delle rinnovabili (dal 5,7 al 18,7%).

La dipendenza dalle importazioni

L’aumento della rilevanza del gas naturale si è tuttavia accompagnato a una caduta dell’estrazione dello stesso sul territorio nazionale (-71,1% tra il 2000 e il 2019), che ha favorito un notevole incremento delle importazioni. Queste ultime, nel 2019, rappresentavano il 93,7% dell’offerta (dal 77,5 nel 2000). Nello stesso periodo, si è registrata una ricomposizione dell’origine geografica delle forniture del gas importato, che ha concentrato sulla Russia, primo fornitore, una quota pari al 39,9% del totale delle importazioni (era il 19,9% nel 2010). L’evoluzione del mix energetico in Italia ha dunque comportato, da una parte, un aumento della dipendenza dalle importazioni di gas naturale e, dall’altra, un incremento della componente di produzione interna connessa alle rinnovabili. La sintesi di queste tendenze contrapposte ha prodotto una riduzione importante (11 punti percentuali) del grado di dipendenza energetica dell’Italia (mentre per Germania e Spagna si è riscontrato un aumento), che – anche per l’assenza di produzione da nucleare – resta tuttavia il paese con il grado di dipendenza più elevato tra le maggiori economie europee. 

La maggiore dipendenza energetica e il mix di fonti utilizzate per molti anni hanno rappresentato un fattore di vantaggio competitivo per il paese, date le quotazioni moderate degli idrocarburi e il minor prezzo relativo del gas rispetto al petrolio. Tuttavia questi stessi elementi oggi pongono l’Italia in una posizione di relativa debolezza rispetto agli altri principali paesi UE, chiarisce il Rapporto annuale dell’Istat, di fronte ai rialzi dei prezzi di gas naturale e greggio riscontrati nell’ultimo anno e delle conseguenze sulle forniture delle sanzioni economiche alla Russia (il primo fornitore di gas dell’Italia). Nei primi cinque mesi del 2022, la quotazione del petrolio è stata in media di 93,8 euro per barile (1,6 volte al di sopra del livello medio del 2019), mentre per lo stesso potere calorico (Barile Equivalente Petrolio – BEP) il gas naturale quotato sul mercato di Amsterdam ha avuto un valore medio di 169 euro (6,8 volte quello del 2019).

Le spinte inflazionistiche

La corsa dei prezzi delle materie prime energetiche ha prodotto una forte spinta inflazionistica, guidata dai prezzi di energia e carburanti. Ad aprile 2022, il costo dell’energia elettrica è aumentato dell’80,1% rispetto allo stesso periodo del 2020 e dell’83,5% rispetto alla media del 2019. Una tendenza simile si è riscontrata per il gas (+59,2% rispetto ad aprile 2021 e +53,8 in confronto al 2019) e, in misura minore, per i carburanti, per i quali la spinta al rialzo dei prezzi è stata attenuata dagli interventi del governo, che hanno comportato – conclude l’Istat – una diminuzione del prezzo alla pompa del 7,7% per il gasolio e al 9,5% per la benzina tra marzo e aprile.

 

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