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In crescita disuguaglianze e fratture sociali in Italia

Imprese in difficoltà e posti di lavoro a rischio, mentre sono circa tre milioni le famiglie che vivono in povertà: così il focus Censis-Confcooperative

di Redazione

Lavoro povero, fragilità economica dei pensionati e instabilità delle imprese. Sono le criticità principali secondo il focus Censis-Confcooperative Un Paese da ricucire, presentato in occasione dell’incontro ad Assisi con la Conferenza episcopale italiana. Le disuguaglianze e le fratture sociali nel nostro paese aumentano sempre di più, spiega il focus: ad oggi sono circa tre milioni le famiglie che vivono in povertà, per un totale di circa dieci milioni di cittadini, mentre 300 mila imprese sono in ginocchio e tre milioni di occupati a rischio.

Photo by Emil Kalibradov on Unsplash

Tra assoluta e relativa, la povertà nel nostro paese – osservano Censis-Confcooperative – colpisce circa tre milioni di famiglie, pari a circa dieci milioni di persone. Il numero di famiglie in povertà assoluta sono 1.960.000, l’equivalente di 5.571.000 di persone. Mentre sono 2.895.000 le famiglie, 8.775.000 di persone, che vivono in condizioni di povertà relativa. Percepire un reddito da lavoro dipendente, si osserva ancora, non è più sufficiente a mettersi al riparo dal rischio di cadere in povertà e da condizioni di disagio dalle quali può diventare difficile affrancarsi. Sul totale degli occupati 22.500.000, il 21,7%, pari a 4.900.000 svolge lavori non standard (dipendenti a termine, part time, part time involontario, collaboratori). I più colpiti da queste condizioni di precarietà economica e sociale sono i giovani (38,7% nella classe d’età 15-34 anni), basso livello di istruzione (il 24,9% ha la licenza media), di risiedere nelle regioni meridionali (28,1%). Sono invece quattro milioni i dipendenti «a bassa retribuzione» nel settore privato (retribuzione annua inferiore ai 12 mila euro), di questi 412 mila hanno un lavoro a tempo indeterminato e full time. Sono 3,2 milioni, invece, gli occupati irregolari. Di questi 2,5 milioni nei servizi, 500 mila i “falsi autonomi” e 50 mila i lavoratori delle piattaforme.

Inoltre, sul futuro della tenuta sociale nel lungo periodo pesa la condizione dei pensionati: il 40%, 6,2 milioni di persone, percepisce un reddito pensionistico complessivo uguale o inferiore a 12 mila euro. Quelli “poveri”, che percepiscono cioè un reddito pensionistico nell’anno uguale o inferiore ai 12 mila euro, sono 6,2 milioni, pari al 40%. Il 60% delle pensioni di anzianità o vecchiaia non raggiunge i diecimila euro all’anno. La pensione di cittadinanza – con un importo medio mensile di 248 euro – è percepita da 126 mila pensionati, di cui circa un terzo costituito da persone in condizioni di disabilità.

Quanto alle imprese, quelle a rischio erano il 12,6% nel 2019 e ora salgono al 16,1%. Le imprese vulnerabili crescono dal 29,4% al 32,6% di quest’anno. Le imprese solvibili scendono dal 40,5% al 36,1%%, quelle solide calano dal 17,5% al 15,2%. Le più colpite sono le microimprese, più esposte all’impatto della “tripla crisi”, dovuta al mix di pandemia, costo dell’energia e guerra in Europa. Tra le micro imprese (meno di dieci addetti) sono a rischio default il 16,7%, vulnerabili il 35,2%. Tra le piccole (10-50 addetti) a rischio default il 9,9%, mentre il 26% sono vulnerabili. Le medie (50-250 addetti) risultano a rischio default il 6% e vulnerabili il 19,9%. Tra le grandi (oltre 250 addetti), a rischio default il 4,4% e vulnerabili il 15,6%. La distribuzione territoriale della crisi evidenzia una maggiore fragilità delle imprese del Sud e delle isole, ma sono interessate tutte le regioni italiane, conclude il focus di Censis e Confcooperative.  

 

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