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Mercato del lavoro: in Italia una ripresa poco uniforme

Mentre si registrano i primi segnali di rallentamento, l’Istat osserva come nel 2021 il recupero dell’occupazione non sia stato omogeneo nelle ripartizioni territoriali

di Redazione

Ad agosto 2022, nonostante il tasso di disoccupazione ufficiale abbia segnalato un ulteriore ridimensionamento attestandosi al 7,8% – un decimo di punto in meno rispetto a luglio –, si sono consolidati i segnali di un peggioramento del mercato del lavoro, secondo l’ufficio studi di Confcommercio, che nelle ultime ore ha diffuso i dati relativi al Misery Index, l’indice che misura il disagio sociale. Il dato, spiega Confcommercio, è sintesi di una riduzione degli occupati (-74 mila unità sul mese precedente) e del numero di persone in cerca di lavoro (-31mila unità in termini congiunturali). A questa evoluzione si è associata, una crescita degli inattivi (+91 mila unità su luglio). Nello stesso mese le ore autorizzate di CIG sono state oltre 20,6 milioni, a cui si sommano oltre 12 milioni di ore (dato in aumento) per assegni erogati dai fondi di solidarietà. In termini di ore di CIG effettivamente utilizzate, destagionalizzate e ricondotte a Ula si stima che questo corrisponda a circa 60 mila unità lavorative standard. Il combinarsi di queste dinamiche ha determinato un tasso di disoccupazione esteso pari all’8,7%, in modesta riduzione rispetto a luglio.

Il mercato del lavoro ha fin qui registrato andamenti alterni, nonostante l’effetto rimbalzo reso inevitabile dai trend del 2020, anno delle maggiori restrizioni a causa della pandemia. Nel 2021 – afferma l’Istat nell’aggiornamento annuale del sistema di indicatori del Benessere equo e sostenibile (Bes) dei territori – la ripresa del tasso di occupazione della popolazione di 20-64 anni (62,7%, +0,8 punti rispetto al 2020) non porta l’Italia a recuperare pienamente il livello pre-pandemia (ancora -0,8 punti sul 2019). Il miglioramento non è uniforme nel territorio e appare più contenuto proprio in quelle province che hanno registrato perdite ingenti partendo da tassi di occupazione più elevati. La maggioranza delle province del Nord, più colpite nella prima ondata pandemica, nel 2021 restano ancora su livelli inferiori al 2019. In province come Padova, Belluno e Bolzano le perdite superano i 3,5 punti; lo stesso avviene, per il Centro, a Massa-Carrara (-4,5) e Fermo (-3,9). Invece nel Mezzogiorno le dinamiche territoriali sono più articolate. La maggior parte delle province ha recuperato o superato il livello di occupazione pre-pandemia, con segnali molto positivi a Frosinone (+7,6), Enna (+4,9), Lecce e Nuoro (+3,5 p.p.). All’opposto, importanti eccezioni si osservano a Sassari (ancora 4,3 punti in meno), Campobasso (-3,9), Brindisi e Siracusa (oltre 2 punti in meno).

La diminuzione dei livelli più elevati delle province del Centro-nord e la (contenuta) crescita dei livelli più bassi al Mezzogiorno, aggiunge l’Istat, producono un avvicinamento complessivo dei territori. Il distacco tra la provincia italiana con più alto tasso di occupazione e quella con il più basso è di 35 punti percentuali (da 40,5 punti nel 2019). Nel 2021 le prime quattro province italiane con i valori più elevati del tasso di occupazione sono Bolzano (75,8%), che conferma la posizione dell’anno precedente, Bologna (74,8%), Cuneo (74,7%), Trieste (74,5%), Ravenna (74,4%). All’opposto, tutte le province della Calabria, e quasi tutte quelle di Sicilia, Puglia e Campania (ad eccezione di Ragusa, Bari e Avellino) si collocano nella coda della graduatoria nazionale (ultimo quintile). Le più penalizzate sono Caltanissetta (40,8%), Napoli (41%), Crotone (41,2%) e Catania (42,5%). Complessivamente il Mezzogiorno, e in particolare il Sud, presenta un’ampia variabilità interna e una distanza molto netta con il Nord: il valore più alto del tasso di occupazione raggiunto al Sud (64,7% a Teramo) è inferiore al valore più basso raggiunto nel Nord-est (66,8% a Rovigo). Il tasso di occupazione femminile, che ha ripreso a crescere nell’ultimo anno (da 52,1% a 53,2%), ma senza recuperare il livello pre-pandemia (53,9%), mostra una lieve riduzione della distanza tra i territori con persistente dualismo: tra Trieste, migliore provincia del 2021 con il 70,1%, e Caltanissetta, la peggiore con il 24,1%, il distacco si è ridotto a 46 punti dai 48,2 che nel 2019 separavano la stessa Caltanissetta (ultima) da Bolzano (prima). Quasi sei province su dieci al Nord sono ancora in perdita rispetto al 2019, contro quasi una su due al Mezzogiorno.

Il tasso di occupazione giovanile tra 15 e 29 anni, conclude al riguardo l’Istituto nazionale di statistica, mostra un’ampia variabilità in ciascuna ripartizione. Oltre sette province su dieci al Nord e più di cinque su dieci nel Mezzogiorno sono ancora sotto i livelli del 2019. La distanza tra i territori si è ridotta nel 2021, anche se in misura inferiore a quanto rilevato sul tasso 20-64 anni: tra Cuneo, la provincia con il livello più elevato (49%) ed Enna, quella con il valore più basso (13,6%), ci sono 35,4 punti contro i 38 del 2019.

 

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