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Così la disuguaglianza nella distribuzione dei redditi

L’Istat registra un lieve peggioramento come conseguenza della pandemia. Nel Mezzogiorno la disuguaglianza reddituale si conferma più ampia

di Redazione

Con una contrazione complessiva dei redditi familiari rispetto al 2007, anno che precede la prima crisi economica del nuovo millennio, che resta ancora notevole, con una perdita in termini reali pari in media al 6,2%, si può spiegare, almeno in parte, il rischio povertà ed esclusione sociale nonché l’aumento delle disuguaglianze registrato negli ultimi anni.

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Per misurare la disuguaglianza nella distribuzione dei redditi – spiega tecnicamente l’Istat nel report Condizioni di vita e reddito delle famiglie relativo agli anni 2020 e 2021 – è possibile ordinare gli individui dal reddito equivalente più basso a quello più alto, classificandoli in cinque gruppi (quinti). Il primo quinto comprende il 20% degli individui con i redditi equivalenti più bassi, l’ultimo quinto il 20% di individui con i redditi più alti. Il rapporto fra il reddito equivalente totale ricevuto dall’ultimo quinto e quello ricevuto dal primo quinto (rapporto noto come S80/S20) fornisce una prima misura sintetica della disuguaglianza.

Se si fa riferimento alla distribuzione dei redditi equivalenti netti senza affitti figurativi, nel 2019, il rapporto è pari a 5,7, in miglioramento rispetto al 2018 (6,0) grazie anche all’introduzione del reddito di cittadinanza. Al contrario nel 2020, come conseguenza della pandemia da Covid-19, il rapporto peggiora lievemente a 5,8. Considerando invece la distribuzione dei redditi equivalenti netti includendo gli affitti figurativi, il rapporto scende nel 2019 a 4,9 e risale a 5,1 nel 2020, ritornando al livello del 2018. Nel Mezzogiorno la disuguaglianza reddituale si conferma più ampia (il 20% più abbiente della popolazione ha un reddito pari a 5,5 volte quello della fascia più povera sia per il 2019 sia per il 2020), sebbene si registri un miglioramento rispetto al 2018 (5,8). Minori livelli di disuguaglianza si registrano nel Nord-est per entrambi gli anni (3,7 nel 2019, 3,9 nel 2020 stesso valore rilevato nel 2018). Il Nord-ovest segnala un miglioramento nel 2019 (4,3) rispetto all’anno precedente (4,5) per poi tornare allo stesso livello nel 2020 (4,5). Il Centro mostra valori stabili nell’ultimo triennio (4,4).

Il livello di disuguaglianza, prosegue l’Istat, tende a ridursi al crescere del reddito medio familiare inclusivo degli affitti figurativi: sia nel 2019 sia nel 2020 il Mezzogiorno, con un valore minimo rispettivamente di 31.090 e 30.831 euro (media nazionale 38.319 euro nel 2019 e 37.786 euro nel 2020), presenta il livello di disuguaglianza più elevato, il Nord-est quello più basso, pur in presenza di un reddito medio che diminuisce sensibilmente nei due anni (42.897 euro nel 2019 e 42.095 euro nel 2020). 

Una delle misure più utilizzate in Europa per valutare la disuguaglianza tra i redditi degli individui è l’indice di concentrazione di Gini. Sulla base dei redditi netti senza componenti figurative e in natura (definizione armonizzata a livello europeo), nel 2019 il valore stimato per l’Italia è pari a 0,325, in miglioramento rispetto all’anno precedente (0,328) che tuttavia peggiora nel 2020 (0,329). Nella graduatoria crescente dei paesi dell’UE27 l’Italia è al ventesimo posto nel 2019 (diciannovesimo nel 2018). Nel 2020, per i 26 paesi UE27 per i quali è disponibile l’indicatore l’Italia si trova al diciannovesimo posto. In Italia l’indice di Gini è più elevato del dato nazionale nel Sud e nelle Isole (0,346 nel 2019; 0,349 nel 2020); peggiora tra il 2019 e il 2020 ma resta inferiore al dato medio nazionale nel Nord-ovest (0,303 nel 2019 e 0,314 nel 2020) e nel Nord-est (0,277 nel 2019 e 0,288 nel 2020). Al Centro invece l’indice resta stabile sotto la media nazionale in entrambi gli anni (0,309).

 

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