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La partecipazione straniera al mercato del lavoro italiano

Il lavoro è il motore principale del progetto migratorio, spiega l’Istat. La quota di quanti ritengono di svolgere una mansione poco qualificata rispetto alle competenze è quasi doppia rispetto agli italiani dalla nascita

di Redazione

Il lavoro è il motore principale del progetto migratorio per gli stranieri, dunque la presenza di quest’ultimi tra le forze lavoro è molto elevata, con tassi di occupazione e di disoccupazione tradizionalmente superiori a quelli degli italiani nati in Italia. È il quadro che emerge dal focus Istat Stranieri e naturalizzati nel mercato del lavoro

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Foto di Christopher Burns su Unsplash

Nella media del 2021, informa l’Istat, la popolazione residente in Italia di età compresa tra i 15 e i 74 anni è costituita per l’8,9% da cittadini stranieri, per il 2,3% da cittadini italiani per acquisizione (naturalizzati) e per l’88,8% da cittadini italiani dalla nascita. Dei tre milioni 961 mila stranieri residenti in Italia, circa un quarto sono di cittadinanza romena e quasi un decimo (9,1%) albanese, a cui seguono la cittadinanza marocchina (8,8%), ucraina (4,9%), cinese (4%) indiana (3,7%), filippina (3,7%), moldava (3,3%), bangladese (2,8%) e peruviana (2,3%); tutte insieme, queste cittadinanze rappresentano circa i due terzi della popolazione straniera. Rispetto agli italiani dalla nascita tra 15 e 74 anni residenti in Italia, dove il rapporto tra i sessi è bilanciato (50% maschi e 50% femmine), tra i cittadini stranieri è più accentuata la presenza femminile (53,3%), con notevoli differenze tra le varie cittadinanze: la quota di donne è molto più elevata tra ucraini e moldavi (il 77,9% e il 65,1%, rispettivamente) e si riduce notevolmente per marocchini, indiani e bangladesi (45,6%, 39,5% e 32,8% rispettivamente). 

La popolazione straniera è inoltre più giovane della media, considerando che oltre un terzo ha meno di 35 anni e che più dei tre quarti hanno meno di 50 anni. Anche riguardo all’età si registrano differenze tra le cittadinanze: bangladesi, albanesi e indiani sono mediamente più giovani mentre ucraini e filippini presentano le quote più elevate di ultracinquantenni. I naturalizzati tra i 15 e i 74 anni sono circa un milione di cui la metà proveniente da Albania, Marocco, Romania, Brasile, Ucraina, Moldavia, Polonia, Ecuador, Russia e Argentina. Rispetto ai cittadini stranieri, sono più spesso donne (58,5%) e hanno un’età media più alta.

In oltre nove casi su dieci i cittadini stranieri e i naturalizzati sono nati all’estero (rispettivamente il 96,6% e il 90,8%), ma le due popolazioni si differenziano per durata della presenza in Italia. Tra i naturalizzati quasi la totalità (il 91,9%) risiede continuativamente nel nostro paese da oltre dieci anni (circa la metà da più di venti anni), anche per effetto dei requisiti richiesti e della tempistica necessaria per ottenere la cittadinanza italiana; tra gli stranieri, invece, circa il 30% risiede continuativamente in Italia da meno di dieci anni. Le cittadinanze di più recente immigrazione sono la bangladese e l’indiana (circa il 20% risiede in Italia da massimo cinque anni), mentre quelle che si caratterizzano per le quote più elevate di residenti da oltre 20 anni, sono la filippina (32,3%), l’albanese, la cinese, la marocchina e la peruviana (oltre 20%).

La maggior parte dei cittadini stranieri (il 56,3%) è migrata in Italia per motivi di lavoro e un ulteriore 40,3% per motivi familiari; tra i naturalizzati, invece, prevalgono i motivi familiari (55,3%) e la quota dei migranti per motivi di lavoro scende al 38,1%. Le differenze tra le due sottopopolazioni sono tuttavia meno marcate di quelle osservate nella precedente occasione di indagine (secondo trimestre 2014), per effetto dell’aumento dei ricongiungimenti familiari tra gli stranieri e dei motivi di lavoro tra i naturalizzati. Se tra questi ultimi, inoltre, la quota delle migrazioni per motivi di lavoro varia poco in base agli anni di residenza in Italia, tra gli stranieri si attesta al 34,5% per chi risiede in Italia da non più di cinque anni e quasi raddoppia tra chi è arrivato nel nostro paese da più di venti anni (65,9%).

Per quanto riguarda la partecipazione al mercato del lavoro, osserva l’Istat, solo a seguito della crisi generata dall’emergenza sanitaria del 2020 e per la prima volta da quando è disponibile il dato, il tasso di occupazione tra gli stranieri è stato inferiore a quello degli italiani, soprattutto per effetto del forte crollo dell’occupazione femminile, già in sofferenza dal 2019, più presente nei settori del terziario maggiormente colpiti dalle restrizioni imposte. Tra i naturalizzati invece, che più spesso degli stranieri sono arrivati in Italia per motivazioni familiari, si rilevano un più basso tasso di occupazione e un più elevato tasso di inattività, dovuti soprattutto alle donne; per la componente maschile i livelli e la dinamica dell’occupazione e dell’inattività sono invece più simili a quelli degli autoctoni che a quelli dei cittadini stranieri. Le differenze tra i diversi gruppi nazionali – rispetto all’età, al genere e al motivo della migrazione – si riflettono nei diversi livelli di partecipazione al mercato del lavoro: tassi di occupazione superiori al 60% e tassi di disoccupazione inferiori al 10% si osservano tra le cittadinanze filippina, peruviana, moldava e cinese, con modeste differenze tra uomini e donne; di contro forti divari di genere si riscontrano tra indiani e bangladesi, dove a tassi di occupazione molto elevati per la componente maschile si associano tassi altrettanto elevati di inattività per le donne.

La quota di quanti ritengono di svolgere un lavoro poco qualificato rispetto alle proprie competenze tra gli occupati stranieri è quasi doppia rispetto agli italiani dalla nascita (19,2% contro 9,8%); ancora una volta, i naturalizzati si posizionano nel mezzo, con un valore inferiore a quello degli stranieri ma più alto rispetto agli autoctoni. La differenza tra i gruppi è ancora più accentuata per le donne – tra le straniere la quota di quante ritengono di svolgere un lavoro poco qualificato è di 2,3 volte superiore a quella delle italiane nate in Italia – e per i laureati (la quota è di 3,8 volte superiore). Se per gli italiani, inoltre, l’entità del fenomeno diminuisce al crescere dell’età – la quota di occupati che sentono di svolgere un lavoro poco qualificato si dimezza passando dagli under 35 agli over 50, grazie anche alle possibilità di mobilità occupazionale e progressioni di carriera – tra i naturalizzati e soprattutto tra gli stranieri avviene esattamente l’opposto: al crescere dell’età aumenta la percezione di svolgere un lavoro poco qualificato. Anche il dato, pressoché analogo tra italiani e stranieri, riferito ai 15-34enni nasconde il fatto che le quote di chi ritiene di svolgere un lavoro poco qualificato tra gli autoctoni e i naturalizzati, rispetto agli stranieri, sono più elevate tra gli under 25 e sono invece più basse tra i 25-34enni.

 

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