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La parità di genere in Italia, tra ritardi e progressi

Migliora la partecipazione economica, meno quella politica. Anche l’uguaglianza di genere è tra gli obiettivi dell’Agenda 2030

di Redazione

Nel 2022 il tasso di occupazione delle donne di età compresa tra 25 e 49 anni con figli di età inferiore ai sei anni è pari a 55,5% (+1,6 rispetto al 2021), mentre quello delle donne della stessa età senza figli è del 76,6% (+2,7 rispetto al 2021). Il loro rapporto rimane sostanzialmente stabile rispetto all’anno precedente (72,4%; -0,6 rispetto al 2021). A osservarlo è l’Istat, nel Rapporto SDGs 2023, ovvero sugli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile (Sustainable Development Goals). Si tratta, come spiega l’Istat, dell’aggiornamento delle misure statistiche finalizzate al monitoraggio dell’Agenda 2030 per il nostro paese. Di 17 obiettivi, il quinto riguarda, appunto, la parità di genere. Tra i traguardi previsti per il raggiungimento dell’obiettivo l’eliminazione di ogni forma di violenza contro le donne. Qui, nel caso italiano, ci soffermiamo sulle disparità occupazionali.  

Foto di KOBU Agency su Unsplash

Nell’ultimo anno, prosegue allora l’Istat, si sono registrati arretramenti significativi nell’indicatore nelle regioni del Centro (79,8%; -4,7 rispetto al 2021), in particolare nel Lazio (76,1%; -8,2 rispetto al 2021), e nelle Isole (60,9%; -5,2 rispetto al 2021). Migliora invece il rapporto nelle regioni del Sud (69,9%; +5,2 rispetto al 2021), in particolare in Calabria (80,8%; +11,2 rispetto al 2021), in Campania, Basilicata e Puglia (tra +5,3 e +5,9). Nelle regioni del Nord è significativo l’incremento registrato nel Friuli-Venezia Giulia (79,6%; +8). La differenza occupazionale tra lo status di madre e non madre è molto bassa in presenza di un livello di istruzione più elevato, con un valore dell’indicatore pari a 91,5%. La quota di occupate tra le madri di figli piccoli si riduce al 69,3% per chi ha il diploma di scuola secondaria di secondo grado e si attesta a poco più del 50% in presenza di titolo di studio inferiore. Il rapporto è inoltre più sfavorevole per le donne di nazionalità straniera (48,2%) rispetto a quelle italiane (77,4%;). In miglioramento nell’ultimo anno le cittadine dei paesi dell’UE (61,4%; +9,2 rispetto al 2021). Nell’ultimo anno, aggiunge l’Istat, l’indice di asimmetria familiare, che misura la distribuzione del carico di lavoro di cura familiare all’interno della coppia di età compresa tra i 25 e i 44 anni, non mostra segni di miglioramento (61,6% nel 2022; 61,8% nel 2021). Permangono ancora differenze territoriali tra Mezzogiorno (67,5%), Centro (63,3%) e Nord (58,8%; 58,5% nel Nord-ovest e 59,3% nel Nord-est).

Interessante è anche il capitolo sulla presenza femminile nelle istituzioni politiche. Nelle elezioni per la nomina dei senatori e dei deputati al Parlamento nazionale (XIX legislatura) del settembre 2022, la quota di donne elette – osserva al riguardo l’Istat – si è ridotta rispetto alla precedente legislatura, passando dal 35,4% del 2018 al 33,7%. I valori sono in riduzione anche a livello europeo: in undici dei ventisette paesi UE, la presenza delle donne nei Parlamenti nazionali registra una flessione rispetto al 2021, con una presenza media, nei Paesi UU27 del 32,5% (-0,6 rispetto al 2021). Cali significativi si rilevano in Portogallo (35,7%; -5,2), Francia (36,6%; -2,5), Grecia (19%; -2,3). Gli incrementi maggiori si rilevano invece a Malta (27,8%; +14,4) e in Slovenia (29,5%; +7,4). La riduzione delle quote di donne elette nel nuovo Parlamento nazionale si rileva su tutto il territorio nazionale, con alcune eccezioni, concentrate soprattutto al Nord. 

Nel 2023, ricorda ancora l’Istat, le regioni Lombardia, Lazio e Friuli-Venezia Giulia hanno rinnovato il loro consiglio regionale. La percentuale di donne elette è pari al 23,5% (+1,2 punti percentuali rispetto al 2022). Nel Lazio la presenza di donne nel consiglio è passata da 31,4% nel 2018 a 41,2% nel 2023, mentre in Lombardia è oggi pari a 28,1% (+3,4 punti percentuali rispetto al 2018). Nel Friuli-Venezia Giulia, la percentuale, che era 14,3% nel 2018, si attesta oggi a 19,1%. Nel 2022, poi, continua a crescere la percentuale di donne nei consigli di amministrazione delle società quotate in borsa (42,9%; +1,7 punti percentuali rispetto al 2021), avvicinandosi al target fissato dalla Strategia Nazionale per la Parità di genere 2021-2026 (45%). In aumento anche la presenza di donne negli organi decisionali (21%; +1,9 rispetto a giugno 2022) della Corte costituzionale, Consiglio superiore della magistratura, Corpo diplomatico e alcune autorità (Privacy, Comunicazione, Concorrenza e Mercato), che tuttavia resta ancora lontana dal target della Strategia 2021-2026 (35%).  

Eppure, nonostante i progressi, secondo il Rapporto globale sulla disparità di genere 2023 del World Economic Forum sul fronte dell’uguaglianza di genere l’Italia arretra di 16 posizioni, passando dal 63esimo posto del 2022 al 79esimo di quest’anno: se nella partecipazione economica si registrano in effetti dei progressi, il divario risulta ancora particolarmente evidente in quella delle donne in politica.

 

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