Fra teoria e pratica cresce l’antipolitica

di Carlo Buttaroni

Fra teoria e pratica cresce il sentimento dell’antipolitica. Il problema della coerenza tra teoria e pratica – come ricorda Gramsci – si pone soprattutto nei momenti storici di rapida trasformazione, quando realmente le azioni domandano di essere giustificate teoricamente per essere più efficienti, o si moltiplicano i programmi teorici che chiedono, a loro volta, un punto di ricaduta pratico.
Il tema è quanto mai attuale. E si ripropone, con evidenza, nell’indagine di Tecnè, nel momento in cui registra, al tempo stesso, una forte spinta all’impegno politico e la diminuzione della partecipazione elettorale, che sembra preannunciare, invece, un abbandono. Un’apparente incoerenza, che in realtà è il segno più evidente del passaggio da un sistema composto di grandi e stabili attori politici – capaci di rappresentare le correnti sociali – a un sistema più complesso, dove convivono una moltitudine di soggetti e di temi, attorno ai quali i cittadini si orientano e si mobilitano indipendentemente dai tradizionali partiti.

Una crescita della fluidità e della contingenza che ha il suo punto di ricaduta nell’eclissi dei grandi interpreti e nell’indisponibilità di riferimenti culturali e valoriali che alimentino relazioni fondate su una comune appartenenza. Il risultato può apparire una complessiva diminuzione della partecipazione politica, mentre in realtà questa è diventata soltanto meno visibile. Tanti piccoli rivoli anziché pochi grandi invasi capaci di contenerli. Nuove domande e forme di partecipazione che spesso i partiti tradizionali non riescono a intercettare e delle quali faticano a farsi interpreti.

Eppure le pratiche che si moltiplicano avrebbero bisogno di teorie in grado di spiegarle e darne un senso politico. Così come le buone idee politiche avrebbero bisogno di un’operatività pratica capace di renderle reali e concrete. Anche il nuovo ha bisogno, pertanto, di politica.

Eppure, apparentemente, sembra affermarsi l’idea opposta, quella dell’antipolitica. Un partito “non-partito” con leader, organi d’informazione e liturgie che di democratico, aperto, inclusivo ha ben poco. L’antipolitica fa leva su un sentimento diffuso, ampiamente giustificato, e lo trasforma in una protesta cieca, senza prospettive e direzioni, favorendo una forma di apatia, quando non di vera e propria ostilità, verso le stesse istituzioni democratiche. Cresce, infatti, la critica nei confronti dei partiti ma cresce anche l’antiparlamentarismo, il leaderismo esasperato, l’insofferenza verso il confronto e il dibattito.

Questo perché l’antipolitica non è la cura, ma soltanto il segnale d’allarme che invia il corpo di un sistema che vive gli affanni dell’inadeguatezza. Un virus che si diffonde e si moltiplica perché la democrazia, a differenza di qualsiasi altro regime politico, è inerte da se stessa e non può difendersi. Il carattere dei suoi anticorpi è nella famosa frase di Voltaire “non condivido la tua idea, ma darei la vita perché tu possa esprimerla”.

Se lo scopo dell’antipolitica è mettere in luce i difetti del sistema, denunciarli e tentare di correggerli, i fatti dimostrano, che la “cattiva politica” cresce proprio intorno all’antipolitica, alimentandosi a vicenda, giustificandosi l’uno con l’altra, dando luogo a una struttura del potere rovesciata e reazionaria.

Per opporsi alla deriva antidemocratica c’è una sola strada: alzare la qualità dell’agire politico e promuovere la partecipazione dei cittadini. La storia insegna cosa c’è in fondo alla strada dell’antipolitica e alla scelta di nutrire gli istinti oscuri dell’opinione pubblica. La maggioranza dei cittadini è in campo con un rinnovato impegno, ma ha bisogno di trovare un terreno comune dove far crescere valori e idee capaci di interpretare le buone pratiche, e dove i principi, le aspirazioni e i nuovi bisogni possano trovare una concreta applicazione.

Questo articolo è stato pubblicato su l’Unità del 16 gennaio. Qui la ricerca completa.

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