Nuovi scenari. Il sole tramonta ad Est | T-Mag | il magazine di Tecnè

Nuovi scenari. Il sole tramonta ad Est

di Marco Perazzi

L’attuale crisi che investe l’economia del mondo occidentale si differenzia da quelle precedenti per l’ampiezza dello scenario geo-politico in cui si colloca e per la presenza di una molteplicità di nuovi attori protagonisti che operano e interagiscono sulla scena globale.
L’interpretazione più diffusa nel comune sentire individua come cause di quanto sta succedendo l’esaurimento del modello capitalistico e consumistico di stampo americano, cui fa da contraltare la vitalità delle economie emergenti e in particolare l’esplosivo e costante sviluppo del capitalismo di stato cinese.
Lo stesso comune sentire, pur nella fluidità di una situazione economica che non dà certezze sui suoi sbocchi politico-economici, né sul fronte europeo né su quello americano, ipotizza con sicurezza il tramonto del modello fin qui dominante e per contro il successo futuro di quello cinese.
Ma se così non fosse? Se le favorevoli previsioni per il gigante asiatico fossero, almeno in parte, frutto anche delle suggestioni che il clima depressivo ha indotto negli animi occidentali?
Non foss’altro per il fatto che gran parte delle previsioni economiche del passato sono state puntualmente smentite dai fatti, anche gli attuali profetici annunci sull’ineludibilità del predominio cinese meriterebbero una quantomeno più cauta e prudente analisi.
Sia ben chiaro: non è minimamente contestabile l’accresciuto peso economico e geo-politico della Repubblica Popolare.
Quanto è avvenuto e constatiamo attualmente, non è detto però che prosegua il suo cammino con lo stesso passo e identiche modalità; a ben guardare, infatti, tra la Grande Muraglia e la costa pacifica qualche nervosismo è pur dato registrarlo.
Se accettiamo l’esistenza di una correlazione attuale tra le difficoltà di un modello e il dinamismo di quello antagonista, dobbiamo nello stesso tempo prendere atto dell’esistenza di una correlazione anche pregressa tra i due, che ha consentito al secondo di emergere progressivamente, trainato dalla precedente vitalità del primo.

Le storie economiche di Cina e Stati Uniti cominciano a intrecciarsi nel 1972, all’epoca della visita di Nixon. La scena internazionale era allora polarizzata tra USA e Unione Sovietica e le relazioni sino-americane furono coltivate da Nixon soprattutto in chiave di contenimento anti-sovietico sullo scacchiere pacifico. Gli accordi ebbero sostanzialmente una duplice matrice: in chiave geo-politica, gli americani si impegnarono a demilitarizzare Taiwan in cambio di una riconosciuta supremazia nell’area pacifica; in chiave economica venne data continuità alla politica di graduale integrazione della Cina negli scambi internazionali, iniziata già nel 1969 con l’abolizione di alcune restrizioni commerciali.
Ciò che di fatto ebbe inizio fu la de-industrializzazione dell’economia statunitense.
Le “laiche” strategie internazionali degli Stati Uniti, molto più ispirate al razionale pragmatismo del libero mercato che alle ideologie politiche, erano improntate già allora alla ricerca di uno sbocco nuovo alla propria produzione e, forse soprattutto, di un contesto socio-economico predisposto ad accogliere i settori industriali divenuti meno produttivi ed attraenti per l’economia americana.
Per ogni economia che si voglia evolvere, e specie per una che aspiri a conservare un ruolo egemone su scala globale, è infatti naturale riallocare costantemente le proprie risorse, umane e finanziarie, verso quei prodotti e servizi a più elevato valore aggiunto e verso quelle attività a maggiore produttività. I vantaggi di tale processo di riallocazione ricadono sulla popolazione stessa in termini di produttività più alta, economie di tempo, salari più elevati e quindi di migliori standard di vita e di consumi.
Si può dire sinteticamente di aver visto in questi anni il delocalizzarsi di una parte della produzione occidentale che è stata vista ingiustamente con occhio critico e negativo verso i delocalizzatori.

Chi oggi recrimina sulla perdita di quei posti di lavoro che le economie emergenti ci hanno sottratto dovrebbe piuttosto interrogarsi sui motivi per cui non si sono colti per tempo i vantaggi derivanti dal potersi focalizzare su attività più redditizie.
L’economia degli smartphone è in questo senso paradigmatica del cambiamento: di un oggetto la cui produzione è in gran parte localizzata in paesi a basso costo del lavoro, la maggior parte del prezzo di vendita è “catturata” dal paese che ne custodisce la creazione dei contenuti tecnologici più sofisticati.
La combinazione delle due cose fa sì che i cittadini del paese “sviluppatore”, godendo di redditi più elevati, divengano i consumatori e i clienti per il produttore della componentistica hardware.
Utilizzando quest’esempio per raffigurare i flussi commerciali tra economie occidentali ed emergenti, sulla sponda est dell’oceano pacifico possiamo identificare il grande consumatore, su quella ovest il produttore. Il primo ha tuttavia finanziato gran parte dei suoi consumi indebitandosi; debito che è stato coperto in quota considerevole proprio dalle casse (ricche per effetto dei crescenti volumi esportati) dell’ambizioso gigante cinese.
Ragionando in senso opposto, l’economia cinese ha finanziato la sua crescita recente comprando debito statunitense (vale a dire fornendo quel credito necessario agli Stati Uniti a foraggiare e sostenere lo smisurato desiderio di consumo).
Detto delle esportazioni, il secondo e più importante contributo alla crescita cinese è arrivato negli ultimi anni dall’imponente spesa pubblica in infrastrutture: si pensi alla ricostruzione delle aree urbane, trasformate in moderne megalopoli verticali, e alle faraoniche a avveniristiche opere viarie, stradali e ferroviarie, di collegamento tra le megalopoli stesse.
Assolutamente residuale ed irrilevante risulta ancora, invece, il terzo fattore che contribuisce al calcolo della produzione di ricchezza: il consumo interno.
Va ancora aggiunto che la contemporanea efficacia di una politica fiscale espansiva e di un’industria vocata all’export si regge sul tasso di cambio fisso della moneta cinese, ed in particolare sulla sottovalutazione del renmimbi; solo quest’ultima riesce infatti nel contempo a mantenere competitive le merci cinesi e bassi i tassi di interesse e di inflazione interni.

Ipotizzare il perdurare in eterno di queste condizioni e, con esso, il perpetuarsi del trend di crescita dell’economia cinese nelle modalità in cui finora è avvenuto è quantomeno discutibile. Il governo cinese ha abilmente utilizzato gli strumenti di politica economica nel guidare il proprio popolo a una riscossa che fosse la più rapida possibile; oggi però, perché il progresso possa proseguire, è quello stesso modello su cui la crescita si è basata che la Cina deve rivedere.
Le banche cinesi, per esempio, hanno per il momento dirottato i risparmi dei lavoratori verso le imprese di stato, anziché reinvestirli nel sostenere i consumi degli stessi risparmiatori.
I cittadini, dal canto loro, non saranno disposti per molto tempo ancora a recitare il solo ruolo di carburante a buon prezzo per il motore economico. Rivendicazioni di diritti, sindacali e non solo, non tarderanno ad arrivare e già si sono registrate avvisaglie di una ribellione civica della popolazione; il controllo militare esercitato dal regime è per ora riuscito a reprimere ogni focolaio di malcontento ma non potrà permettersi, pena la stabilità dei suoi rapporti internazionali e l’immagine stessa dell’economia, un’altra Tienanmen senza subire contraccolpi.
La viralità dei moderni mezzi di comunicazione, come i social network, rischiano di essere detonatori dell’esplosiva miscela di tensioni sociali presenti nella popolazione cinese, così come lo sono già stati in occasione della primavera araba, delle manifestazioni in corso in Russia e di quelle che hanno incendiato la Siria.
Così come è strutturata, l’economia cinese sta già accusando i contraccolpi della recessione europea ed americana: le esportazioni nette verso i nostri mercati hanno già cominciato a segnare il passo e le aree manifatturiere del sud est della costa pacifica stanno inevitabilmente pagando il conto. Le immense aree industriali, nate sul vantaggio comparato di un bassissimo costo del lavoro e per grandi volumi di produzione (che compensano i risicatissimi margini di profitto sul bene finito), hanno già visto moltiplicarsi i segni evidenti di un’insofferenza popolare diffusa e sempre più a stento gestibile dalle autorità.

Nella provincia di Guangdong (dove si è sviluppata la catena di fornitura del settore automobilistico), nella zona industriale di Taiwan (vocata alla produzione per il tessile-manifatturiero), fino ai distretti siderurgici dell’interno, la polizia è intervenuta in più occasioni per sedare proteste e manifestazioni, per ora prevalentemente pacifiche, in cui i lavoratori rivendicano salari più alti e condizioni di lavoro più umane.
Nulla di nuovo, a ben guardare, nella storia del capitalismo. Fenomeni simili, che han visto le città prima urbanizzarsi con le masse operaie e poi ridisegnarsi secondo le necessità della neo-borghesia, sono già accaduti nei paesi occidentali.
Il bivio a cui si trova la Cina è quello in cui si deve dare risposta a tali richieste di cambiamento.
Le enormi masse di popolazione riversatesi nelle città costituiscono una generazione già troppo contaminata dagli stili di vita e dalle opportunità di consumo importati dal mondo occidentale. Gli interventi governativi degli ultimi tempi, volti a rivitalizzare le aree rurali interne, incentivando le attività agricole per scoraggiare ulteriori esodi di popolazione, non potranno impedire l’attrattività di prospettive di vita più moderne che le città esercitano; si tratta di interventi che tantomeno possono invertire i flussi già avvenuti e rispondere alle aspettative delle masse le quali, la storia insegna, non accettano di vedersi precluse le possibilità di migliorare i propri standard di vita.
Un cambio di rotta in questo senso implica però il ripensamento del proprio modello in termini politici ed economici.

Il Partito Comunista Cinese non può permettersi di deludere le richieste dei propri cittadini in tema di diritti sul lavoro e di welfare; contestualmente, allo scopo di assecondare le legittime aspirazioni a salari più alti e tenori di vita più agiati, la politica monetaria non potrà ostinarsi nel difendere ad oltranza l’evidente sottovalutazione della valuta nazionale, nel far leva sul settore dell’export quale principale vantaggio competitivo nonché nell’opporsi ad accettare fenomeni inflattivi necessariamente correlati ad un’espansione dei consumi interni.
Se è lecito attendersi per i prossimi decenni che l’area pacifica acquisti baricentricità politica ed economica a scapito di quella atlantica, è nello stesso tempo inevitabile, perché ciò si verifichi, che molti connotati dell’Occidente navighino verso Est e che questo, lo si voglia o no, diventi il confine avanzato dell’Ovest.

 

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