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Paolo Borsellino, venti anni dopo

di Antonio Caputo

Paolo Borsellino – i 57 giorni, si intitolava così il film trasmesso da Rai Uno la sera del 23 maggio scorso, ventesimo anniversario della morte di Giovanni Falcone. Già nel titolo si dava conto del brevissimo tempo trascorso tra le due stragi, che portarono alla morte, in quel tremendo 1992, dei due magistrati – simbolo della lotta alla mafia.
Domenica 19 luglio 1992, Paolo Borsellino era andato, poco prima delle cinque del pomeriggio, a trovare la madre, in via Mariano D’Amelio, scortato dalla pattuglia di cinque agenti a sua protezione: Agostino Catalano, Walter Cosina, Vincenzo Li Muli, Emanuela Loi e Claudio Traina; in quella via, un budello stretto di strada, in una zona semiperiferica nel nord della città di Palermo, lo attendeva un’auto imbottita di tritolo, che, azionata da un telecomando a distanza, avrebbe sventrato la strada e parti dei palazzi che vi si affacciavano, investendo anche il giudice e i cinque agenti che morirono sul colpo. Una scena di guerra.
Come una scena di guerra era stata quella dell’attentato che due mesi prima aveva sventrato, all’altezza di Capaci, l’autostrada che collegava Palermo all’aeroporto di Punta Raisi, uccidendo Falcone, la moglie, e tre agenti di scorta.
Chi era Paolo Borsellino? Magistrato dapprima civile, si appassionò man mano al diritto penale; dopo aver girato per alcuni uffici in varie zone della Sicilia, tornò nella sua Palermo nel 1975, all’ufficio istruzione affari penali, sotto la guida di Rocco Chinnici; proprio Chinnici, a partire dal 1980, istituì il Pool antimafia, del quale faceva parte anche Giovanni Falcone. Ucciso Chinnici nel 1983, alla guida del Pool arrivò Antonino Caponnetto; era l’epoca del maxi processo alla mafia, il punto più alto toccato dal Pool. Alla fine del 1986, Borsellino chiese, ed ottenne, il trasferimento a Marsala, per occuparsi del ruolo delle organizzazioni mafiose nel trapanese.
Col trasferimento di Caponnetto per ragioni di salute, e lo scacco subìto da Falcone, che dal Consiglio Superiore della Magistratura venne bocciato per la guida del Pool, a beneficio di Antonino Meli, di lì a poco il Pool fu sciolto: esattamente quanto paventato da Borsellino, che pubblicamente e a più riprese si era speso per Falcone, e non le mandò certo a dire quando il Csm nominò Meli, beccandosi, per questo, un’azione disciplinare da parte dello stesso Consiglio superiore.
Nei 57 giorni cruciali tra Capaci e via D’Amelio, Paolo Borsellino cercò di indagare sulle cause della strage di Capaci, intuendo che potevano trovarsi nell’attività di Falcone, in particolare nelle indagini che stava svolgendo, e nel ruolo che poteva assumere di guida della superprocura antimafia. Borsellino capì di essere un condannato a morte e che la mafia avrebbe completato con lui quanto cominciato con l’assassinio di Falcone e non si diede pace per cercare di arrivare al risultato di quelle indagini prima che Cosa Nostra lo uccidesse. Non ci riuscì, purtroppo.
In quel periodo, anche per far venire allo scoperto il clima plumbeo e di isolamento che si respirava a Palazzo di Giustizia, il magistrato tenne interviste, convegni, in cui pubblicamente espresse il suo punto di vista. Memorabile, tra le tante iniziative, quella della fiaccolata in memoria di Falcone, tenutasi a Palermo il 23 giugno, esattamente un mese dopo l’assassinio del collega ed amico: toccanti le sue parole, nel discorso al termine dell’iniziativa: “ … la lotta alla mafia deve essere innanzi tutto un movimento culturale, che abitui tutti a sentire la bellezza del fresco profumo della libertà, che si oppone al puzzo del compromesso morale, dell’indifferenza, della contiguità, e quindi, della complicità”.
Accusando lo Stato di non aver protetto adeguatamente il giudice (da quasi un mese Borsellino ed il suo caposcorta avevano chiesto la rimozione di tutte le auto in via D’Amelio; richiesta, manco a dirlo, ignorata, solo per dirne una), la famiglia Borsellino rifiutò i funerali di Stato, per celebrarli, in forma privata; a quelli degli agenti di scorta, invece, la folla inferocita tuonò contro i rappresentanti dello Stato, compreso l’allora neo eletto Presidente della Repubblica, Scalfaro.
In un commento a caldo sull’attentato, l’ex capo del Pool antimafia, Antonino Caponnetto, uscendo dalla casa della madre di Borsellino a via D’Amelio, disse tra le lacrime ad un giornalista che gli chiedeva una dichiarazione: “E’ finito tutto!”; e al giornalista che insisteva “ma non c’è assolutamente speranza per questa città?”, Caponnetto replicò, scuotendo la testa in segno di risposta negativa, ripetendo “E’ finito tutto!”, con la disperazione negli occhi e le mani che gli tremavano e quasi cercavano conforto tra quelle del giornalista, aggiungendo solo un disperato “non mi faccia dire altro!”.
Fanno riflettere quelle parole oggi, a venti anni di distanza da quella strage, che resta tra i tanti misteri insoluti d’Italia, e nel pieno delle indagini e delle polemiche conseguenti sulla trattativa tra Stato e mafia. Che a volere la morte del magistrato fosse Cosa Nostra, è fuor di dubbio; ma altrettanto indubitabile è che non si trattò solo di mafia. Le indagini in proposito si muovono molto lentamente e con difficoltà, tra depistaggi, ipotesi clamorose, buchi nell’acqua altrettanto clamorosi e punti interrogativi enormi.
Oggi pare appurato che proprio nel 1992 ci fu una trattativa tra Stato e mafia, dopo che, a seguito della conclusione del maxi processo (che aveva portato a condanne esemplari), erano saltati tutti gli schemi: la mafia non si sentiva più garantita e mise a segno la strategia stragista, per cercare di ammorbidire il regime carcerario duro che si stava introducendo in quegli anni; strategia stragista inaugurata con la morte di Falcone. Borsellino, evidentemente, ne era venuto a conoscenza, e rifiutò sdegnato l’ipotesi di qualsiasi patto con Cosa Nostra. Fu la sua condanna a morte, ad opera della manovalanza mafiosa, ma i cui mandanti potrebbero trovarsi non a Palermo, ma a Roma. Inquietante, ma potrebbe essere andata proprio così: uno Stato in cui la mafia si insinua, come una metastasi cancerosa nei suoi gangli vitali, e che immola i suoi servitori, sarebbe, qualora fosse vero, uno Stato che non merita servitori come i due eroi Falcone e Borsellino.

 

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