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Scenari. Cosa aspettarci dal futuro?

di Antonio Caputo

Assai incerta la situazione economico-finanziaria, si fa un gran dibattere delle prospettive delle legislature (questa e, soprattutto, la prossima) tra le forze politiche. Le oscillazioni dei mercati hanno fatto (così sembrerebbe) declinare la prospettiva del voto in autunno, anche perché, presupposto ad ogni ipotesi di scioglimento preventivo del Parlamento, come ha fatto capire il presidente Napolitano, è la riforma della legge elettorale. Lo scioglimento per scadenza naturale avverrà tra sette mesi e Napolitano vuole evitare che si voti per la terza volta consecutiva col “porcellum”: certo, tutto è nelle mani dei partiti, che non sembrano trovare punti d’intesa sulle modifiche all’attuale meccanismo di voto; e se ciò non avverrà entro Natale, (scadenza massima, perché poi gennaio andrebbe utilizzato per l’approvazione parlamentare della nuova legge), torneremo alle urne col “porcellum”. La riforma elettorale sembra il classico vorrei, ma non posso: tutti (a parole) la vogliono, nessuno, in realtà, la auspica; perché l’attuale sistema, prevedendo l’elezione dei parlamentari per “nomina”, al di là delle intenzioni retoriche (spesso prese in giro nei confronti dei cittadini) dei dibattiti tv, serve ai leader di partito per consolidare il proprio potere. Avere infatti potere di decidere chi siederà in Parlamento è fondamentale per crearsi, da parte degli stessi leader, partiti a propria immagine e somiglianza, nei quali gli avversari interni contino poco.
Riforma elettorale a parte, le prospettive della prossima legislatura, che sarà tra l’altro quella che eleggerà il prossimo Presidente della Repubblica, ruotano soprattutto attorno alle scelte dei partiti che sostengono il governo Monti.
Si fa sempre più probabile, a sinistra, la rottura tra Pd e Italia dei Valori: il partito di Di Pietro nelle ultime settimane sta assumendo toni sempre più aggressivi, una vera e propria escalation, nei confronti del Governo, della maggioranza che lo sostiene, e, spinto dal megafono del “Fatto Quotidiano” in tema di trattativa Stato-mafia, anche (in modo a volte inaccettabile) contro il presidente Napolitano. I toni dipietristi stanno togliendo (in parte) le castagne dal fuoco al Pd, che, da un anno e mezzo deve decidere “cosa fare da grande”: se allearsi a sinistra nella coalizione di Vasto con Idv e Sel o andare verso il centro, cogliendo la mano tesa di Casini. La collaborazione con l’Udc a sostegno di Monti da un lato, e l’autoesclusione dipietrista dall’altro stanno tracciando un solco che vede il partito di Bersani dirigersi verso il centro, con un assorbimento che sembra abbastanza riuscito delle spinte interne più di sinistra. Resta da stabilire cosa farà Vendola: ma, più che il Pd, è il governatore pugliese a dover decidere se seguire l’alleanza Bersani-Casini, o prepararsi ad affrontare con Di Pietro, e, forse anche con Grillo, l’opposizione ad un nuovo governo simil Monti.
A destra, tocca al Pdl decidere “cosa fare da grande”: il patto moderati/progressisti, proposto da Casini, non è una semplice alleanza tra Pd e Udc ma prevedrebbe a pieno titolo anche il Pdl. Un Paese come l’Italia non si può governare, neanche in tempi di bonaccia, col 51%, figuriamoci se lo si potrà governare con un terzo dei voti (il 33% è, secondo i sondaggi, la somma Pd-Udc), in un periodo come quello attuale; tenendo anche conto del fatto che l’approvazione del “fiscal compact”, avvenuta qualche settimana fa, obbliga il nostro Paese per venti anni (si avete letto bene) a manovre di rientro dal debito pubblico, per la parte eccedente il parametro di Maastricht, fissato al 60% del Pil. Ora, essendo il nostro debito al 123%, ed essendo, dunque, l’eccedenza di debito, pari al 63% del Pil, siamo obbligati a manovre di rientro di poco più del 3% (in soldoni, quasi 50 miliardi di euro annui), oltre a quel che servirà per farci arrivare ogni anno al pareggio di bilancio, cui ci siamo obbligati, a partire dall’anno prossimo, con la famosa lettera della Bce di un anno fa. E’ immaginabile un governo che faccia manovre per 50 miliardi l’anno, sostenuto da forze che valgono un terzo dei voti, con gli altri due terzi ad urlargli contro, da sinistra e da destra, nelle piazze? Ritengo di no. Nel patto di grande coalizione, dunque, rientrerebbe anche il Pdl, a meno che il partito di Berlusconi e Alfano non si auto escluda, inseguendo l’alleanza con la Lega, e promettendo per l’ennesima volta la luna: potrebbe prendere qualche voto in più, ma quei voti in più non sarebbero politicamente spendibili: l’unica prospettiva per la prossima legislatura è, al momento, la prosecuzione del lavoro iniziato con Monti, magari con un governo politico, non tecnico. Questo i partiti lo sanno; il resto è fumo negli occhi, tattica pre-elettorale.
L’Udc infine: il partito di Casini ha scommesso su una scomposizione e ricomposizione del quadro politico ma è ancora in mezzo al guado. Il sogno è quello, fatto fuori Berlusconi, di ereditare in blocco l’area moderata e negoziare, da pari a pari col Pd, la Grande coalizione. Se però Berlusconi non risultasse “politicamente eliminabile a breve”, la prospettiva tattica, in attesa di quella strategica di cui sopra, sarebbe di diventare la nuova “Margherita”, col Pd cui spetterebbe il compito di forza di sinistra. Prospettiva possibile solo a patto che a vincere le primarie sia Bersani; il gioco salterebbe se il vincitore fosse Vendola: difficile un’alleanza a sinistra per l’Udc se la coalizione fosse guidata dal leader di Sel; ma il piano salterebbe anche se a vincere le primarie fosse Matteo Renzi: l’Udc spostandosi a sinistra mette in conto la perdita di un po’ di voti (due punti, forse tre), ma potrebbe assorbirli col voto di moderati ex Margherita, che vedrebbero in Casini la nuova Margherita. Se però Renzi diventasse leader del Pd, non ci sarebbe bisogno di un voto ad un partito moderato: Renzi è moderato. La prospettiva di “novità” dell’asse Pd-Udc, sarebbe inoltre superata: sarebbe una cosa nuova, mentre Renzi, anche per la sua giovane età, è il nuovo.
Ecco spiegata la diffidenza del leader centrista verso il sindaco di Firenze: un Pd guidato da Renzi sfonderebbe al centro, vanificando così tutta la strategia sin qui seguita dell’Udc.

 

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