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La sfida/5

di Antonio Caputo

Proseguiamo il nostro percorso di avvicinamento alle presidenziali, iniziato a giugno: qualcosa nei sondaggi sembrerebbe ultimamente essersi mosso a favore di Obama; non che la partita sia chiusa, come ha ricordato lo stesso presidente, in una recente intervista (“Non siamo come Bolt, che per il suo largo vantaggio si è potuto permettere una frenata sul traguardo e ha vinto comunque: noi dovremo giocarcela fino alla fine”) esprimendo perfettamente “lo stato dell’arte” nel momento attuale.
Si vanno componendo, intanto, i tasselli del puzzle in vista del voto: Romney ha scelto il suo vice. Si tratta di Paul Ryan, giovane rappresentante (è la dicitura corretta per i deputati) del Wisconsin; giovane anagraficamente (42 anni) ma non certo digiuno di esperienza politica: la sua prima elezione al Congresso di Washington risaliva al lontano 1998; sempre rieletto da allora, in rappresentanza del distretto n. 1 del Wisconsin (area sud-est dello Stato), e, dunque, al settimo mandato, è uno degli esponenti più conservatori del Partito repubblicano. Il suo è un conservatorismo a tutto tondo: dai temi eticamente sensibili (aborto, gay), all’economia.
Scelta rischiosa, per una serie di ragioni: intanto Ryan non è molto noto a livello nazionale, il che, per un candidato che nell’impresa di scavalcare Obama nei sondaggi proprio non riesce, non è propriamente un buon punto di partenza. Va aggiunto che il suo pedigree strenuamente conservatore (è diventato uno dei beniamini del Tea Party dopo aver redatto il controprogetto di bilancio alla Camera, un anno fa, su cui l’ala più oltranzista dei Repubblicani si era impuntata, provocando una reazione analoga e contraria dei più progressisti tra i Democratici, con uno stallo in Congresso che rischiava di portare al default finanziario dell’America) rischia di alienare al miliardario mormone i voti decisivi dell’elettorato moderato ed indipendente, del ceto medio e degli indecisi, tutta gente che disillusa, magari, da Obama (ma a causa di una crisi le cui colpe non si possono certo attribuire all’attuale presidente), proprio non se la sente di buttarsi tra le braccia dell’ultradestra. Ancora, uno dei segmenti su cui Romney avrebbe fatto bene a puntare, visto l’handicap repubblicano, sarebbe stato quello delle minoranze: non tanto gli afroamericani, quanto, piuttosto, gli ispanici, la cui presenza negli Stati Uniti cresce di anno in anno, e che, come tutte le minoranze, tendono a votare per i Democratici, ma con delle significative eccezioni: strizzar loro l’occhio, con la scelta di un vice ispanico, sarebbe stato assai più produttivo per l’ex governatore del Massachusetts. Infine, l’indiscussa competenza di Ryan in economia segna, è vero, la volontà repubblicana di puntare tutto sull’uscita dalla crisi (con la classica ricetta liberista: tagli alle spese in cambio di meno tasse), ma al contempo rischia di esporre il partito dell’elefante alle critiche di chi ne sottolinea le mancanze in politica estera. In ciò l’estremismo di Ryan non è rassicurante, soprattutto, ad esempio, per l’atteggiamento che un’eventuale amministrazione repubblicana potrà assumere verso la Russia.
Esaminati i contro, passiamo ai pro di Ryan: la sua età, segno di una volontà di Romney di recuperare consensi tra i giovani; la sua preparazione, soprattutto in economia, cosa che scongiura l’eventualità di un vice, versione maschile di Sarah Palin, incautamente scelta da McCain quattro anni fa e che contribuì alla sconfitta del senatore repubblicano contro Obama. Il suo conservatorismo, inoltre, ha anche dei pregi per Romney: finora il miliardario mormone aveva visto la base conservatrice piuttosto tiepida verso la sua candidatura; potrebbe così riaccenderne gli entusiasmi. Ancora, la provenienza geografica: Ryan è del Wisconsin, Stato oscillante, dove il lieve vantaggio di Obama potrebbe, con questa scelta, esser rovesciato.
Un’arma a doppio taglio, infine, è la fede di Ryan: è cattolico, il che segna l’abbattimento di un altro muro da parte dei Repubblicani, storicamente ostili alla Chiesa di Roma (la situazione ha cominciato a cambiare con Nixon e soprattutto con Reagan: tuttavia finora mai un cattolico era stato scelto in un ticket presidenziale repubblicano; ben diversa la situazione per i Democratici, ma questa è un’altra storia), ma per la prima volta nessuno dei due candidati del ticket repubblicano è protestante, il che, in un partito che si fa bandiera dell’America WASP (White, Anglo-Saxon, Protestant), potrebbe produrre contraccolpi nella base.
Ed ecco ora la situazione Stato per Stato:

Blindati Obama: Maine/1° distretto (1); Vermont (3); Massachusetts (11); Rhode Island (4); New York (29); Delaware (3); Maryland (10); District of Columbia (3); California (55); Hawaii (4). Totale: 123.

Molto probabili Obama: Maine/Stato (2); Connecticut (7); New Jersey (14); Illinois (20); Minnesota (10); New Mexico (5); Washington (12). Totale: 70.

Vantaggio vulnerabile Obama: Maine/2° distretto (1); Pennsylvania (20); Michigan (16); Wisconsin (10); Nevada (6); Oregon (7). Totale: 60.

Completamente incerti: New Hampshire (4); Ohio (18); Iowa (6); Colorado (9); Virginia (13); North Carolina (15); Florida (29). Totale: 94.

Vantaggio vulnerabile Romney: Missouri (10); Nebraska/2° distretto (1). Totale: 11.

Molto probabili Romney: Indiana (11); Nebraska/1° distretto (1); South Dakota (3); Montana (3); Arizona (11); Texas (38); Tennessee (11); South Carolina (9); Georgia (16). Totale: 103.

Blindati Romney: West Virginia (5); Kansas (6); Nebraska/Stato (2); Nebraska/3° distretto (1); North Dakota (3); Idaho (4); Wyoming (3); Utah (6); Alaska (3); Oklahoma (7); Arkansas (6); Louisiana (8); Mississippi (6); Alabama (9); Kentucky (8). Totale: 77.

 

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