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Usa 2012. La cronaca della Convention repubblicana

di Antonio Caputo

Era stata una falsa partenza per i Repubblicani alle prese con la Convention, quella di lunedì 27 (giusto il tempo di annunciare l’apertura dei lavori, per riaggiornarsi immediatamente all’indomani), visti gli effetti della tempesta Isaac che si abbatteva su tutto il golfo del Messico, compresa Tampa (Florida), sede dell’appuntamento; una falsa partenza che ricorda quella di quattro anni fa a Saint Paul (Minnesota), quando, a causa di un altro uragano che si abbatté sempre sul Golfo del Messico, il primo giorno dell’evento si tenne molto in sordina, con i video interventi dei governatori degli Stati colpiti (Texas, Louisiana, Mississippi, Alabama e Florida, tutti repubblicani, nel 2008, come oggi) che incitarono i delegati per lanciare una raccolta fondi di aiuto alle zone colpite.
Tre i protagonisti della giornata: l’aspirante first lady, Ann Romney, moglie di Mitt; il governatore del New Jersey, Chris Christie; il tabellone elettronico che conta il debito pubblico (aumentato, dall’inizio della Convention, di oltre tre miliardi di dollari), segno di come il Partito dell’Elefante punti tutto sull’economia.
Ann Romney ha parlato del suo rapporto con il marito, dando così un’impronta familiare e privata al suo discorso, con l’intento, perseguito dagli strateghi repubblicani, di recuperare al candidato repubblicano il voto femminile, dopo la gaffe del candidato senatore del Missouri, Todd Akin, sullo stupro (costatagli il gelo del partito, che gli ha chiesto di ritirarsi, e che con ogni probabilità gli costerà anche la sconfitta contro la senatrice democratica uscente, Claire Mc Caskill, la quale ribalta i sondaggi e si pone ora in pole position per la conferma di un seggio senatoriale che potrebbe rivelarsi decisivo per il controllo della Camera Alta); l’aspirante first lady comincia con un inno alle donne “madri, mogli, sorelle, nonne”, per poi proseguire tessendo le lodi di Mitt Romney, “l’uomo giusto per guidare l’America”, che sente “dentro di sé la missione del servire lo Stato”. Sull’impronta familiare, oltre che per parare le polemiche sull’elettorato femminile, gli strateghi repubblicani hanno puntato, anche per staccare di dosso al miliardario mormone l’immagine di uomo dell’elite, lontano dai problemi della gente; un’impressione che, se confermata di qui a novembre, costerà la Casa Bianca al candidato repubblicano: non che nella filosofia di fondo (di stampo protestante) dominate negli Stati Uniti la ricchezza sia mal vista, tutt’altro, ma in un periodo di crisi, la candidatura di un miliardario suona stonata per un partito che voglia recuperare il ceto medio, stritolato da un’economia che non si riprende.
“Matador” della serata, il governatore del New Jersey, Christie: un discorso, il suo, tutto all’attacco di Obama (il quale in questi giorni rischia di rubare la scena ai Repubblicani, con i suoi appelli alla popolazione degli Stati del Golfo a tenersi in allerta e con le misure di aiuto alle popolazioni colpite) che crede “nel sindacato degli insegnati, mentre noi crediamo negli insegnanti”, che “racconta favole”, mentre “noi repubblicani abbiamo il coraggio di dire la verità agli americani”.
Standing ovation poi per un altro governatore, Scott Walker, del Wisconsin, esponente del Tea Party, il quale, a proposito di sindacati, è stato protagonista e vincitore di una battaglia durissima ingaggiata contro le organizzazioni dei dipendenti pubblici: ha varato, nei mesi scorsi un piano di ridimensionamento fortissimo dei loro poteri, prevedendo, tra l’altro, la fine del rinnovo automatico dell’iscrizione ad una organizzazione (chi intende iscriversi deve chiedere il rinnovo della “tessera” anno per anno); in soldoni, si tratta di una botta (economica, ma anche di potere) micidiale per i sindacati, che invano hanno cercato di sfidare il governatore, chiedendone il “recall” (una sorta di referendum, volto alla sua revoca, tenutosi in giugno, e consistito in pratica in una nuova elezione, tra il repubblicano Walker, ed il suo avversario democratico, il sindaco di Milwaukee, Tom Barrett). Walker ha vinto il recall, diventando il beniamino dei fan del Tea Party. Questa componente era stata piuttosto fredda fino ad ora per Romney, ma a galvanizzarla sono stati due candidati alle primarie presidenziali (Herman Cain, ritiratosi a seguito di uno scandalo sessuale, e Michelle Bachmann, che gettò la spugna, dopo il primo, pessimo, risultato in Iowa), dando la parola d’ordine della priorità della sconfitta di Obama.
Nel frattempo, i delegati (eletti nelle primarie e nei caucuses, tenutesi durante i mesi scorsi) hanno incoronato ufficialmente Mitt Romney, votando lui come candidato repubblicano: come le presidenziali vere e proprie, anche le primarie sono elezioni indirette, in cui gli elettori votano i delegati, i quali poi voteranno a loro volta in successiva sede (la convention di partito, per la nomination; l’Electoral College, per il presidente) il loro candidato. Fino al momento dell’incoronazione ufficiale, candidati alla nomination e presidenti, sono vincitori per tv e giornali, ma non lo sono ancora formalmente: lo diventano col voto dei delegati.
I lavori proseguiranno ancora per due serate, per chiudersi giovedì notte.

 

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