Usa 2012. Romney chiude la convention repubblicana | T-Mag | il magazine di Tecnè

Usa 2012. Romney chiude la convention repubblicana

di Antonio Caputo

Ultima giornata, la notte scorsa, per la Convention repubblicana di Tampa, principale centro dell’area metropolitana della costa ovest della Florida. Tradizionalmente, l’ultimo giorno è riservato all’accettazione, da parte del candidato in pectore (vincitore delle primarie, ed eletto dai delegati in sede di Convention), della nomination.
Gli interventi più significativi, di una coreografia studiata nei dettagli, e davanti ad una platea in cui un peso di primo piano avevano gli esponenti della Chiesa Mormone, sono stati (oltre, ovviamente a Romney), quelli dell’attore Clint Eastwood, del senatore della Florida Marco Rubio, e del cardinale cattolico Dolan che ha concluso i lavori dando la sua benedizione al candidato presidente e alla campagna elettorale (ancora non si sa se anche i Democratici faranno concludere in tal modo la loro Convention).
Clint Eastwood ha inscenato un’intervista con una sedia vuota, a voler simboleggiare un Obama assente dinanzi alla crisi e alla disoccupazione (23 milioni, ha ricordato, i senza lavoro negli Usa); “è una cosa su cui piangere, una disgrazia per la quale l’amministrazione Obama ha fatto poco: serve qualcuno in grado di risolvere il problema”. “Quando uno non fa bene il proprio lavoro, bisogna mandarlo a casa”. Platea dei delegati in delirio, dopo lo show del vecchio attore. Dal canto suo, il Presidente Obama non è rimasto in silenzio, rispondendo sui social network: “Questa sedia è occupata”. Della serie, ci sono io, sto lavorando, e non mi scalzerete da qui tanto facilmente.
Marco Rubio, beniamino del Tea Party, che a Tampa giocava in casa, ha tenuto un intervento volto, a giudizio dello staff repubblicano, a strizzare l’occhio agli ispanici; anche se va detto che la maggior parte dell’etnia latinos è di provenienza messicana e portoricana; Rubio, invece, come il vincitore delle primarie senatoriali in Texas – e più che probabile vincitore a novembre – Cruz, è di provenienza cubana: difficile che attragga messicani e portoricani.
Diversi i temi toccati da Romney nel suo intervento: presentato, al suo ingresso (come di consueto) come “il prossimo presidente degli Stati Uniti”, il candidato repubblicano ha, innanzi tutto, accettato, commosso, la nomination; ha poi reso omaggio all’astronauta Neil Armstrong (scomparso di recente) che 43 anni fa guidò la missione sulla Luna, “la bandiera americana ancora oggi sventola sulla Luna”.
L’ex governatore del Massachusetts ha attaccato Obama che pensa a “salvare il pianeta, fermando il flusso degli oceani”, mentre, “io penso a voi e alle vostre famiglie”; ha poi rilanciato la promessa (già formulata la notte precedente dal vice Ryan) di un piano per la creazione di 12 milioni di posti di lavoro, (“L’America ha bisogno di lavoro, molto lavoro”); un piano fatto di politiche energetiche, istruzione, aiuti alle imprese, proponendosi come colui che farà “cambiare rotta all’America”. Il sessantacinquenne miliardario mormone, puntando all’elettorato femminile, ha parlato della propria famiglia di origine, del padre George (già governatore, negli anni ’60, del Michigan, Stato in cui nacque Mitt) e della madre, del suo rapporto con la moglie Ann (protagonista del secondo giorno, il primo effettivo, della Convention).
Ha promesso, Romney, attenzione alla famiglia tradizionale, facendo anche cenno all’importanza della religione.
E’ stato il discorso del “sogno americano”, che esalta la ricchezza: “Non ho nulla di cui vergognarmi nell’essere ricco”; “da imprenditore e da presidente del Comitato Olimpico” (Olimpiadi invernali di Salt Lake City, 2002) “ho già servito bene questo Paese”.
Il candidato repubblicano ha assestato un’altra rasoiata ad Obama: “voi lo avete votato quattro anni fa” perché “incarnava il sogno”, ma “questo sogno non è stato realizzato”; “noi meritiamo di più, la mia famiglia merita di più, il mio Paese merita di più, gli Stati Uniti d’America meritano di più”.
Alla fine, in un tripudio di palloncini, il saluto alla platea di Romney e Ryan, accanto alle rispettive mogli.
Riuscirà Romney a scaldare, dopo la platea dei delegati, i cuori d’America, specialmente quella più conservatrice, finora assai tiepida con lui? E’ un quesito da porsi perché, per lo meno dal 1968, la base conservatrice ha fatto vincere i candidati repubblicani solo se conservatori (Nixon, Reagan, Bush) abbandonandoli al loro destino se moderati o progressisti (Ford, Dole, Mc Cain) Emblematico poi, quanto avvenne con Bush Padre: conservatore (seguace, in economia, di Reagan; durissimo sulla sicurezza) e vincente nella campagna elettorale del 1988; moderato come presidente (sull’Iraq, dove si attenne strettamente al mandato Onu, a differenza del figlio; sul Medio Oriente, dove aprì la Conferenza di pace; sull’economia, che ristrutturò anche con l’aumento delle tasse; ristrutturazione che pose le basi per la crescita che da fine 1992 durò – grazie anche alle politiche del suo successore democratico, Clinton – per ben otto anni consecutivi; sull’ambiente) e battuto alla riconferma nel 1992.
Chiusi i lavori della Convention, Romney e Ryan partiranno proprio dalla Florida per un tour elettorale in giro per l’America. Lunedì si apre a Charlotte (North Carolina) la Convention democratica.

 

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