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La Giornata contro la pena di morte

di Matteo Buttaroni

Dopo i dati diffusi martedì dalla Fao, relativi alla diminuzione degli affamati nel mondo, una nuova buona notizia: sempre più Paesi stanno procedendo all’abolizione della pena di morte. Certo è che bisogna fare distinzione tra i paesi che hanno abolito la pratica costituzionalmente e i paesi che non praticano la pena capitale da molti anni ma che non prevedono una legge per contrastarla.
Tutto ciò viene raccontato da Amnesty International che ha diffuso un interessante rapporto in occasione della Giornata mondiale contro la pena di morte, giunta ormai alla decima edizione.
Oltre a mostrare il suo ottimismo, Amnesty International ha però anche confessato che nei paesi mantenitori la lotta resta comunque ardua.
Esaminando nel dettaglio i dati risulta che sono in tutto 140 i Paesi che hanno abolito la pratica capitale, di cui 97 hanno abolito la pena di morte per ogni reato, otto l’hanno abolita del tutto, salvo che per reati eccezionali quali i crimini di guerra, mentre 35 sono i paesi abolizionisti de facto, quei paesi che non hanno assunto un impegno a livello internazionale ma che comunque non fanno registrare esecuzioni da almeno dieci anni.
Sono invece 58 i paesi che mantengono in vigore la pena capitale, ma il numero dove l’esecuzione viene ancora praticata è molto più basso. Nel rapporto si legge che dal 10 ottobre 2003, prima Giornata mondiale contro la pena di morte, 17 paesi sono diventati abolizionisti per tutti i reati, portando a 140 il numero dei paesi che non ricorrono più alla pena capitale, il 70 per cento del pianeta. Tuttavia, anche se i paesi che applicano la pena di morte sono sempre di meno, alcuni di questi, tra cui potenze come Cina e Stati Uniti, vi ricorre abbastanza regolarmente.
Per fortuna proprio negli Usa, che nel complesso mantengono attiva la pratca, alcuni paesi hanno avviato le procedure di abolizionismo. Stando al rapporto emerge che dal 2003 ad oggi la pena di morte è stata abolita in media da due paesi l’anno. L’ultimo paese ad averla abolita è stata la Lettonia, proprio nel 2012 e più precisamente a gennaio.
Nello stesso periodo, sono stati 26 i nuovi stati, per un totale di 75, che hanno ratificato il Secondo protocollo opzionale al Patto internazionale sui diritti civili e politici, protocollo che ha per obiettivo l’abolizione della pratica a livello mondiale.
Sebbene risultino essere sempre meno i paesi che utilizzano la pena di morte, gli omicidi giudiziari continuano senza sosta.
Come già analizzato da T-Mag il 28 marzo scorso: “Un aumento sostanziale della pratica dell’esecuzione mortale si è registrato nel medio oriente, dove le pene capitali sono aumentate del 50% tra il 2010 ed il 2011, in particolare in Arabia Saudita si sono registrate almeno 82 esecuzioni, in Iran almeno 360, in Iraq 68 mentre nello Yemen 41. Mentre solo in Cina sono state condannate a morte migliaia di persone, più di tutto il resto del mondo, ma Amnesty International ha deciso di diffidare di dati ufficiali perché sottoposti a possibili sottostime”.
In aggiunta al numero sconosciuto delle esecuzioni in Cina, ogni anno paesi come Corea del Nord, Usa e Yemen mettono a morte un numero elevato di persone.
Per quanto riguarda il 2012 le esecuzioni risultano ancora in aumento in Iraq, nella Striscia di Gaza controllata da Hamas e in Arabia Saudita. Quasi un terzo delle persone messe a morte in quest’ultimo paese (65 da gennaio all’inizio di ottobre), tra cui molti cittadini stranieri, era stato condannato per reati di droga. In Iraq, sono state finora eseguite 119 condanne a morte, quasi il doppio del totale del 2011. Lo riporta il rapporto di Amnesty.
Preoccupante è invece la situazione che riguarda i paesi che hanno ripreso a eseguire condanne a morte, come ad esempio Botswana, Gambia e Giappone.
In alcuni casi la pena di morte può essere ripresa come pratica giudiziaria anche dopo non essere stata usata per molto tempo ed è proprio quello che potrebbe succedere in India dove, come è già successo in Gambia che aveva visto l’abolizione per addirittura tre decenni, il ritorno della pena di morte rischia di essere imminente.
A volte complice dell’utilizzo della pena capitale potrebbe essere la discriminazione: spesso il condannato perde la vita perché non aveva denaro per permettersi un buon avvocato o anche perchè semplicemente il processato non comprende la lingua di chi lo sta sentenziando.
Nella maggior parte dei casi la pena di morte viene eseguita su persone colpevoli di crimini legati al terrorismo, relazioni sessuali tra persone del medesimo sesso e crimini religiosi.
La pratica più utilizzata, nella stragrande maggioranza dei paesi è la fucilazione tramite plotone. Molto usate anche la lapidazione, l’impiccaggione, la sedia elettrica, la camera a gas, la decapitazione e l’iniezione letale. Approfittando della Giornata mondiale, sei ministri degli Esteri dell’Ue – tra i quali Giulio Terzi – hanno lanciato un appello affinché la pratica scompaia del tutto: “Vi sono battaglie che non possiamo vincere da soli. La lotta contro la pena di morte è una di queste. Isolati, i vari attori non sarebbero riusciti a far diminuire il numero di Stati che ancora ricorrono alla pena di morte. Solo insieme, tutti noi, attori impegnati per l’abolizione, Stati, Organizzazioni internazionali e società civile, vi siamo riusciti. Sarà sempre insieme che riusciremo a ottenere l’abolizione totale. L’Austria, la Francia, la Germania, l’Italia, il Liechtenstein e la Svizzera sono in prima linea nel movimento per la dignità umana”.

 

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