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Berlusconi lascia: la reazione dei media

Silvio Berlusconi, con una nota ufficiale diramata nella giornata di mercoledì, ha annunciato la propria intenzione di non ricandidarsi a premier, lasciando perciò ad altri la leadership del centrodestra o, per meglio dire, di quella vasta area dei moderati che da tempo l’ex premier aveva in mente. Secondo le indiscrezioni di alcuni quotidiani è a Mario Monti che Berlusconi continua a pensare quale presidente del Consiglio nella prossima legislatura con il sostegno di una maggioranza che non sia più “strana”, ma che abbia una chiara collocazione politica. Intanto, però, il leader carismatico indica una data (il 16 dicembre) che fissa l’appuntamento con le primarie del Pdl per permettere all’elettorato di riferimento di decidere chi sarà il suo successore. Ma come hanno reagito i media alla notizia del ritiro di Berlusconi, il quale sembra volersi assumere per il futuro un ruolo di “padre nobile?

Massimo Giannini, Repubblica Tv

La grande rinuncia di Berlusconi è davvero la fine di un’epoca. Si chiude anche formalmente quella Seconda Repubblica di cui il Cavaliere era stato ed è stato nel male più che nel bene il simbolo e in qualche misura l’involontario demiurgo. Rievocando l’inizio della sua parabola, quel famoso video costruito ad arte negli studi ovattati di Villa San Martino, quello slogan “l’Italia è il Paese che amo”, Berlusconi 18 anni dopo annuncia il suo passo indietro per le stesse ragioni d’amore verso l’Italia, dice lui. In realtà quello del Cavaliere non è un atto d’amore e nemmeno un gesto di responsabilità verso il Paese. È prima di tutto una resa politica, una resa di un fallimento dell’avventura dell’anomalo centrodestra italiano che non ha trasformato il consenso in cambiamento, la presa del potere nel buon governo della cosa pubblica. E la grande area dei moderati orfana della Democrazia cristiana in un vero partito polare europeo. E la resa anche al suicidio dell’ultima creatura, il Pdl, improvvisata e inventata su un predellino nel 2008, ma abortita troppo presto, nel giro di appena tre anni.

Pierluigi Battista, Corriere della Sera

Con la rinuncia alla candidatura del leader carismatico e l’indicazione delle primarie del Pdl indette per il 16 dicembre si chiude la stagione berlusconiana della monarchia assoluta. Per la prima volta un partito nato e cresciuto come emanazione del leader si apre alla scelta democratica della leadership. Non è importante appurare se questa decisione sia troppo tardiva, o se sia stata concepita in extremis per evitare la dissoluzione di un partito che si è abbandonato negli ultimi tempi a una rovinosa e fratricida guerra per bande. E non è nemmeno obbligatorio spiegare questo improvviso successo del metodo delle primarie nel centrodestra con la sferzata di energia che l’apertura delle primarie del centrosinistra ha già dato al Pd. Resta l’importanza di una svolta vera. E la possibilità che la campagna elettorale possa essere ricondotta sui binari di una democrazia normale, con forze che competono per governare il Paese dotate di un minimo di credibilità dopo la virtuosa parentesi tecnica.

Vittorio Feltri, Il Giornale

Allo stato delle cose, è difficile fare previsioni. Non rimane che constatare un fatto destinato a sconvolgere gli assetti politici del Paese: senza Berlusconi l’Italia volta pagina. In meglio o in peggio? Questo è il dilemma. Molti esulteranno, altri storceranno il naso. Noi – e non parlo solo a titolo personale – siamo perplessi. Quando si chiude un’epoca e se ne apre un’altra, si sa dove si inizia e non si sa dove si finisce. In questa congiuntura, pur capendo la voglia di Berlusconi di liberarsi degli impegni di Palazzo, non comprendiamo chi abbia i titoli per degnamente sostituirlo.
Ci corre l’obbligo di ricordare che il Cavaliere, nel 1994, quando la sinistra marciava spedita verso la vittoria elettorale, favorita dall’assenza del pentapartito (eliminato dalle inchieste giudiziarie), si improvvisò politico, mise in piedi un partito di plastica nel giro di due mesi e risparmiò all’Italia un bagno tardocomunista. Un grande merito il suo. Del quale gli saremo sempre grati.

Il Foglio

Noi siamo solo alla quarta puntata di un romanzo del berlusconismo politico, dal 1994 a ieri, ma tutto il Foglio, nato nel 1996, si è sempre dichiarato senza finzioni e opacità un giornale pilota, o mosca cocchiera, del berlusconismo. Quello che esprimeva significati e orizzonti politici, s’intende, quello che piaceva a noi e a tanti italiani. Siamo stati anche altro, di più e di meno, ma quel tratto screanzato, liberatorio e gagliardo, in mezzo a una serietà analitica perfino pedante, non ci ha mai abbandonato. E non ci abbandonerà nemmeno adesso che Berlusconi promette di accompagnare la nuova fase democratica e razionale, postcarismatica, della sua storia personale con un’offerta di memoria, qualche consiglio e giudizi non intrusivi.
Al Cav. diciamo con simpatia umana e ammirazione che non poteva entrare meglio in politica e non poteva lasciarla meglio. Su quel che è successo in mezzo si pronunceranno gli sttorici, con un nostro aiutino correttivo se faranno gli storiograficamente corretti.

Massimo Gramellini, La Stampa

Cosa è rimasto della telenovela di allora nel discorso del Passo Indietro? Praticamente tutto. Lo spirito, i toni, i nemici. Berlusconi è un maestro nel presentarsi come uno che ricomincia sempre. Il suo non è mai il discorso del reduce, ma del precursore. E della vittima. Nella storia d’Italia secondo Silvio gli ultimi decenni sono stati una guerra fra due schieramenti: da un lato le perfide corporazioni di burocrati, giornalisti, lobbisti e magistrati, conservatori arroccati nella difesa di privilegi antidemocratici. Dall’altro lui, il Libertador, marchiato come populista perché alfiere del «voto popolare conquistato con la persuasione che crea consenso». Persuasione: attività affascinante ma pericolosa, quando a esercitarla è l’uomo più ricco d’Italia, l’unico dotato di tre canali televisivi nazionali e gratuiti. Invece per Silvio è stata «la riforma delle riforme», che ha reso «viva, palpitante ed emozionante la partecipazione alla vita pubblica dei cittadini». Qui l’uomo si sottovaluta. Di viva ed emozionante, ma soprattutto palpitante, in questi anni c’è stata soltanto la sua vita notturna. Purtroppo quel palpito «non poteva che avere un prezzo»: l’odio verso di lui, trasformatosi come nei film horror in una «sindrome paralizzante», il cui antidoto è stata «la scelta responsabile di affidare la guida provvisoria del Paese al senatore Monti». Berlusconi protegge il suo successore, quasi volesse farlo un po’ (o un pò) suo. Non è il preside bocconiano il nemico da indicare ai giovani eredi, ma l’Europa colonizzatrice della Merkel e, come diciotto anni fa, la sinistra […].
E’ proprio per impedire ancora una volta che l’Italia liberale cada nelle mani dei comunisti che Silvio B ha deciso di fare un passo indietro e assistere da bordo campo alle primarie che incoroneranno il suo successore. «Quel che spetta a me è dare consigli, offrire memoria, raccontare e giudicare senza intrusività». E qui, visto che viviamo ancora in un Paese liberale, chiunque lo conosce è libero di mettersi a ridere.

 

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