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Isole Falkland, storia di un conflitto

Intervista al diplomatico e scrittore, Domenico Vecchioni, sull'annosa questione delle isole per cui Cristina Kirchner ha chiesto a Papa Francesco di "intercedere tra Argentina e Gran Bretagna per agevolare il dialogo"
di Mirko Spadoni

cristina_kirchnerPer i britannici, sono le isole Falkland. Per gli argentini, le Malvinas. Ma non si tratta solo di punti di vista diversi o differenze linguistiche. La questione è decisamente più complessa. Attorno a questo piccolo arcipelago, che affiora dalle acque dell’Oceano Atlantico a 400 chilometri dalle coste argentine, ruotano interessi economici e politici. I due Paesi, coinvolti nella contesa, non ne vogliono sapere di rivedere le proprie posizioni: la Gran Bretagna è decisa a mantenere il controllo delle isole, l’Argentina insiste nel rivendicarne il possesso. Ci sono poi gli abitanti del posto, che solo qualche settimana fa, sono stati chiamati alle urne per votare un referendum con il quale dovevano decidere se rimanere sudditi della Corona britannica o passare sotto il controllo della più vicina Buenos Aires. I cittadini delle Falkland non hanno avuto dubbi e il 98,8% dei votanti ha espresso la volontà di rimanere sotto la giurisdizione di Londra. Un plebiscito, in sostanza, che tuttavia l’Argentina non ha riconosciuto come legittimo. E solo qualche giorno dopo, in occasione della sua prima udienza con Papa Francesco, Cristina Kirchner, presidente del Paese sudamericano, ha chiesto al pontefice di “intercedere tra Argentina e Gran Bretagna per agevolare il dialogo sulle Falkland”. Parliamo quindi di una storia destinata a non concludersi, a meno di clamorosi sviluppi, nel breve periodo. Per capirne qualcosa di più, abbiamo contattato Domenico Vecchioni, diplomatico e scrittore, autore del libro Le Falkland Malvine, Storia di un conflitto.
“Gli inglesi – spiega a T-Mag Vecchioni – rivendicano la sovranità sulle isole in base al “diritto di scoperta”, avvenuta ad opera del navigatore John Davis nel 1592. Gli argentini, invece, invocano il principio dell’uti possidetis iuris, secondo cui la delimitazione amministrativo-coloniale diventa, al momento dell’affrancamento dalla madre patria, il confine politico delle nuove entità statali. Dichiarata l’indipendenza da Madrid, nel 1816, Buenos Aires rivendica, quindi, l’eredità di tutte le pertinenze del Vicereame de la Plata, che si estendevano appunto fino alle isole Falkland-Malvine.
Va tuttavia precisato che dopo Davis le isole, per circa due secoli, furono mèta di diverse spedizioni, cambiando ogni volta di nome e di ‘proprietario'”.
“Nel 1690 – prosegue Vecchioni – il navigatore inglese John Strong diede al canale che separa le due isole principali il nome di Falkland Sound in onore dell’allora tesoriere della Royal Navy, lord Falkland. Il nome rapidamente si estese tutte le isole dell’arcipelago.
Quasi un secolo dopo, si verificò il primo tentativo di colonizzazione delle isole (del tutto disabitate) da parte del navigatore francese Louis Antoine de Bougainville, il cui equipaggio era composto di uomini originari della città di Saint-Malo. De Bougainville, per non essere meno dei suoi predecessori, ribattezzò a sua volta le isole chiamandole Malouines.
A questo punto la Spagna protestò per tutte queste indebite incursioni, richiamandosi al Trattato di Tordesillas, secondo cui la zona contestata rientrava chiaramente nella sua sfera di influenza. Londra e Parigi non contestarono e abbandonarono l’isola. Nel 1767 il governatore spagnolo di Buenos Aires, Bucarelli, riprese in mano le isole chiamandole Malvinas. Finalmente nel 1820 gli argentini, quattro anni dopo l’indipendenza, presero formale possesso dell’arcipelago (come “eredi” dei possedimenti spagnoli), nominandovi un governatore”.
Ma il controllo argentino dell’arcipelago non durò moltissimo e tutto questo perché “il valore strategico delle Falkland era terribilmente aumentato”, spiega Vecchioni.
“Londra aveva stabilito una rete di punti di appoggio per il controllo dell’Atlantico (Ascensione, Sant’Elena, Gough e Tristan da Chua), ma mancavano appunto le Falkland! Essenziali peraltro nel periodo in cui si stava passando dalla navigazione a vela a quella a motore, che richiedeva una forte “politica delle basi”. La navigazione, cioè, era condizionata dalla possibilità di rifornirsi in combustibile nelle basi sparse per il mondo. In tale contesto Londra decise, nel 1833, di rioccupare le Falkland. La capitale Puerto Soledad diventava Port Stanley. Cominciava la controversia. Per gli argentini cominciava l’ ‘usurpazione britannica’”.
Usurpazione a cui Buenos Aires decide di porre rimedio oltre un secolo più tardi, invadendo militarmente l’arcipelago il 19 marzo del 1982. Una decisione, che per quanto estrema fosse, aveva delle sue logiche e delle sue “ragioni”. “Da anni – racconta Vecchioni – si trascinavano stancamente i negoziati tra i due paesi, soprattutto in ambito Onu, in vista di una possibile soluzione del problema, immaginando anche formule giuridiche innovative: ad esempio il Lease- Back. Cioè dopo un lungo periodo di “locazione”, le isole sarebbero “tornate” alla sovranità dell’Argentina (come nel caso di Hong Kong per la Cina). Ma gli argentini ebbero a un certo punto la sensazione che i negoziati si sarebbero protratti all’infinito”.
“D’altra parte – spiega ancora Vecchioni – la giunta militare al potere dal 1976 era agli sgoccioli, screditata dai fallimenti nel settore economico e dalle rivelazioni sempre più precise sulla tragedia dei desaparecidos. Una soluzione favorevole della questione storica delle Malvinas avrebbe fatto dei militari i protagonisti di una causa “nazionale”, per la quale gli argentini sarebbero stati disposti a dimenticare, se non perdonare, molto. Inoltre gli argentini avevano un altro elemento da far valere a sostegno delle loro tesi. Le isole cioè rientrerebbero interamente nel perimetro della Piattaforma Continentale argentina, giacché non si registrano più di 200 metri di profondità tra il continente e l’arcipelago. Senza ovviamente contare la presenza di immensi giacimenti di petrolio e gas nella zona contesa. Quindi direi che un insieme di fattori storici, emotivi, politici, contingenti (legati alla sopravvivenza della giunta) ed economici ha spinto il generale Galtieri a tentare la soluzione estrema, erroneamente contando su una solidarietà pan-americana comprensiva degli Stati Uniti (che, invece, si schiereranno con la sua alleata di sempre, la Gran Bretagna), sul principio del “fatto compiuto” e trascurando del tutto un fattore fondamentale: Margaret Thatcher!”.
Agli inizi degli anni ’80, l’URSS non si era ancora disciolta e il comunismo sovietico avrebbe dichiarato la propria resa solo qualche anno più tardi. In un contesto simile, in un mondo ancora diviso in blocchi, un conflitto tra due nazioni occidentali era difficilmente immaginabile. “Il mondo – conferma Vecchioni – fu colto di sorpresa da una guerra scoppiata tra due membri del campo occidentale, entrambi alleati degli Stati Uniti (anche se uno era una dittatura e l’altro un’antica democrazia). Ci furono quindi diversi tentativi di mediazione. La prima e più importante fu naturalmente quella del Segretario di Stato americano Alexander Haig. Ma Haig alla fine risulterà inviso sia agli argentini, che ritenevano (erroneamente!) di avere se non l’appoggio, almeno la “comprensione” di Washington, sia ai britannici, che lo sospettavano di aver del tutto sottovalutato la volontà di Londra di “riprendersi” la propria colonia. Fallirà anche la mediazione tentata dal presidente del Perù, Fermando Belaunde Terry, come non avrà alcun effetto concreto, nonostante le aspettative di pace la lui suscitate, la visita compiuta dal Papa Giovanni Paolo II sia a Londra sia a Buenos Aires durante il conflitto”.
In tutto questo trambusto, il nostro Paese con chi decise di schierarsi? “L’Italia – sottolinea Vecchioni – era legata in vario modo ad entrambi i paesi – all’Argentina per vincoli di sangue (metà della popolazione argentina è di origine italiana) e alla Gran Bretagna per vincoli storici e politici (alleati nella NATO, partner nella Comunità Europea) – tenterà pure forme di mediazione in ambito comunitario. Ma la pressione dell’opinione pubblica italiana e degli appelli della comunità italo-argentina sarà così forte che Roma finirà per prendere una posizione più definita: il 17 maggio 1982, rompendo la solidarietà europea, l’Italia si dissocia dal rinnovo delle sanzioni contro l’Argentina decise a Bruxelles”.
Il conflitto, dicevamo, aveva le sue ragioni, le sue logiche e motivazioni politiche. Gli interessi economici erano inizialmente marginali, sostiene Vecchioni: “Io credo, personalmente, che la guerra sia stata alimentata più da fattori storici conditi di esasperato nazionalismo e meno da interessi economici. Le potenzialità economiche e finanziarie dell’arcipelago sono state in effetti messe in evidenza “a posteriori”, quali argomentazioni aggiuntive per giustificare e meglio modulare le proprie posizioni. Da un lato, cioè, Londra ha cercato di sminuire la reale portata delle risorse naturali dell’arcipelago e comunque segnalandone la difficoltà di sfruttamento a breve scadenza, quasi a voler accreditare l’immagine di un intervento militare dettato esclusivamente da motivazioni ideali e per la difesa del diritto internazionale. Dall’altro Buenos Aires ha invece esaltato le prospettive di sviluppo economico della regione, proprio nel desiderio di dare un contenuto “quantificabile”, immediatamente percepibile dall’opinione pubblica alle antiche aspirazioni “irredentiste”. Quasi a voler convincere se stessa che il mancato “recupero” delle Malvine la priva di immense ricchezze naturali (la pesca) e minerarie (petrolio e gas naturale). Gli avvenimenti dell’aprile 1982 andrebbero quindi considerati sotto il prevalente angolo visuale di una controversia storica dalle connotazioni fortemente emotive, una controversia che fa vibrare le corde più profonde della sensibilità nazionale. Gli argentini considerano da sempre Las Malvinas parte del territorio nazionale illegalmente occupato, gli inglesi, dal canto loro, si basano sul principio della autodeterminazione dei popoli (il recente referendum svoltosi tra gli abitanti delle isole ha dato una percentuale vicina al 100% in favore del mantenimento dei legami con Londra!). Occorrerà quindi molta pazienza e determinazione in futuro nel cercare di spingere le due parti interessate verso la graduale ripresa dei contatti senza pregiudizi, senza pre-condizioni, senza finalità prefissate, ad agenda aperta. Per riprendere un discorso che faccia intravedere formule giuridiche dove conciliare le ragioni della Geografia (le isole sono a 12.000 chilometri dalla Gran Bretagna e a 400 chilometri dalla costa argentina) e quelle della Storia (l’occupazione inglese del 1833 fu sostanzialmente un’usurpazione) con quelle del diritto internazionale (autodeterminazione dei popoli, Piattaforma Continentale) e quelle del buon senso (Londra sopporta un costo astronomico per mantenere in permanenza nelle isole mille uomini in assetto di combattimento e 4 navi da guerra)”.

 

1 Commento per “Isole Falkland, storia di un conflitto”

  1. […] della parola) con i minatori dello Yorkshire a cavallo tra le due metà degli anni ’80 e la guerra con l’Argentina che osò invadere le isole Falkland nel 1982. Eventi che avrebbero potuto mettere al tappeto […]

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