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Verso il QE, le differenze tra Europa e Stati Uniti

di Fabio Germani

bceIn molti, tra osservatori e analisti, concordano con il ritenere le prossime (eventuali) mosse della Banca centrale europea (Bce) di Mario Draghi una sorta di crocevia per l’Eurozona. Che tuttavia pone alcuni interrogativi: avranno un impatto diretto sull’economia reale oppure no? Il quantitative easing (QE) sarà funzionale come avvenuto negli Stati Uniti, nel Regno Unito e, a fasi alterne, in Giappone?
In verità il primo dubbio riguarda l’opportunità o meno di lanciare un massiccio programma di intervento alla viglia di un voto tanto importante come quello che si terrà il 25 gennaio in Grecia (il Consiglio direttivo della Bce si riunirà, infatti, il 22 gennaio). In tanti, dunque, hanno ipotizzato nei giorni scorsi che l’annuncio potrebbe slittare di qualche settimana (ma le recenti dichiarazioni di Draghi sembrano smentire l’ipotesi), dopo cioè l’esito delle elezioni nel paese ellenico di cui si è paventata l’uscita dall’euro (anche se, a questo proposito, il leader di Syriza, Alexis Tsipras, avrebbe fornito rassicurazioni ai partner europei in caso di vittoria).
Come abbiamo ricordato in diverse occasioni, attraverso il quantitative easing viene “creata moneta” dalle banche centrali con lo scopo di acquistare titoli di Stato, una strategia finalizzata a stimolare l’economia che di solito si applica quando i tassi di interesse sono vicini allo zero. Lo strumento permetterebbe alla Bce di contrastare la deflazione – è infatti nelle prerogative di Francoforte conseguire un tasso di inflazione appena inferiore al 2% – grazie alla maggiore circolazione di moneta. In più le banche avrebbero un margine di manovra superiore, scongiurando così il solito pericolo del credit crunch (nella concessione di prestiti a imprese e famiglie).
Per spiegare tale scenario si ricorre di norma all’esempio statunitense e alla politica monetaria espansiva della Fed. La spinta decisiva al QE è probabilmente figlia dall’indice dei prezzi al consumo che ha certificato la deflazione (la diminuzione del livello generale dei prezzi che deriva dalla debolezza della domanda di beni e servizi) nell’Eurozona nel mese di dicembre. Ma in questo senso ci sono da superare ancora le resistenze tedesche, molto più dopo che la Commissione europea ha sostenuto che i dati negativi sono condizionati dal crollo dei prezzi dell’energia.
La Fed, invece, ha tra i suoi obiettivi quello di incentivare l’occupazione ( il tasso di disoccupazione è calato ulteriormente al 5,6%), mentre in Europa i paesi con enorme debito pubblico (tra questi rientra a pieno titolo l’Italia) hanno osservato nel periodo interessato una crescita debole e un aumento della disoccupazione.
Gli Stati Uniti godono in questa fase di un’economia in netta ripresa e in crescita oltre le aspettative dei mesi precedenti, ma si tratta di un processo lungo che è seguito (anche) all’ambizioso programma di investimenti imposto dall’amministrazione Obama. In Europa, negli anni più acuti della crisi economica, si è provveduto ad una riduzione drastica della spesa (con Berlino principale sponsor di queste politiche restrittive) e ad una dolorosa, ma necessaria allo stesso tempo, ristrutturazione del debito nei paesi più in difficoltà (il caso greco è quello più famoso).
L’iniezione di denaro, ad ogni modo, avrebbe come effetto quello di svalutare l’euro, circostanza che renderebbe più competitive le imprese particolarmente orientate alle esportazioni. Già i tentativi passati, però (con riferimento soprattutto alle operazioni LTRO, Long Term Refinancing Operation), non vennero tradotti nella piena erogazione di prestiti alle imprese.
Ecco perché diversi osservatori sostengono che Draghi, in caso di annuncio del QE, si stia giocando molto, considerando che – ma questo la Bce lo ha sempre sottolineato – qualsiasi misura Francoforte intenda intraprendere, da sola è insufficiente senza il sostegno dei governi e delle riforme strutturali. In special modo, come il caso italiano dimostra, lo stimolo della domanda interna verso consumi e investimenti. E senza dimenticare, infine, l’incognita Grecia e, di conseguenza, quale scelta verrà adottata per realizzare il quantitative easing.

(Articolo pubblicato il 12 gennaio su Tgcom24)

 

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