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L’appagamento (non solo economico) dell’istruzione

di Silvia Capone

universitàSecondo una recente pubblicazione dell’Eurostat nel 2015 solo il 57,5% dei laureati italiani under 35 trova lavoro entro tre anni dal conseguimento dal titolo, contro la media nell’Ue dell’81,8%. La percentuale è calata sensibilmente a causa della crisi, infatti dai dati relativi agli stessi indicatori per il 2008 emerge che la percentuale degli occupati era al 70%. Il dato italiano, pur essendo molto al di sotto della media europea, è in crescita rispetto agli anni immediatamente precedenti, ma risulta a tale proposito rilevante l’esito del calcolo costi-benefici che le famiglie attuano prima di investire nella formazione terziaria. I lavoratori laureati sono in percentuale un numero maggiore degli occupati con titolo di studio inferiore, i diplomati che risultano occupati entro tre anni dal titolo, sono il 35,5%. Oggi non basta, però, solo l’appellativo di dottore, in quanto laureato, a fornire prestigio ad una persona in cerca di lavoro, e soprattutto a partire dalla riforma dell’università – varata nel 1999 –, sembrano sempre più necessarie qualifiche specializzate. Secondo AlmaLaurea, un consorzio inter-universitario che dal 1994 è un tramite tra il mondo accademico e quello lavorativo, solo il 35,7% degli aventi una laurea di primo livello, ad un anno dal conseguimento, ha un lavoro stabile, con un guadagno medio di circa 930 euro. La percentuale, e il reddito, aumentano a 44% e 1.121 euro, se consideriamo le lauree a ciclo unico. Sempre secondo AlmaLaurea, a tre anni dal conseguimento della laurea magistrale, poco più di un laureato su due, il 55%, lavora a tempo indeterminato con un guadagno mensile netto di 1.240 euro, ma solo il 50% di essi ritiene che la propria laurea sia efficace per il lavoro svolto. In periodi più lunghi si evince che un alto grado di istruzione agevola, ma non assicura, un posto nel mondo del lavoro. La possibilità di accesso al diploma di laurea triennale ha contribuito all’aumento dei laureati, ma le difficoltà occupazionali – aggravate, poi, dalla recente crisi economica – hanno avuto l’effetto indesiderato di incrementare il numero dei neolaureati-disoccupati. Molti giovani, perciò, si ritrovano spesso a svolgere lavori per i quali non sarebbe necessario il loro titolo di studio. Questo fenomeno sconfessa, almeno in apparenza, la certezza che il reddito dei laureati sia proporzionale al grado di istruzione rispetto a chi, rinunciando agli studi, ha compiuto il suo ingresso nel mondo del lavoro molto tempo prima. A questo punto potremmo chiederci, provocatoriamente: quanto è vantaggioso investire nell’istruzione? Quanto paga la conoscenza? Ma anche: quanto può soddisfare un’ampia cultura? Sono le conseguenti domande da porsi dopo la valutazione sulla convenienza o meno dell’investimento in istruzione. Infatti nel calcolo costi-benefici, si deve tener conto anche di un appagamento finale, non puramente economico. Il trade-off tra guadagni bassi oggi e guadagni alti domani condiziona fortemente la scelta di proseguire nella formazione e alletta molti giovani, tanto da filtrare e limitare l’accesso all’istruzione, che, come detto prima, non implica nel breve periodo un impiego più redditizio. Questo non si traduce in perdita se il laureato da valore alle conoscenze acquisite, ma è un rischio che non tutti sono pronti a correre e accettare. Essendo stato per anni un indice di disuguaglianze sociali, l’istruzione è messa spesso al primo posto sia per e possibilità lavorative che per il prestigio che conferisce. Detto ciò, coloro che possono permettersi maggiori investimenti in lauree, dottorati e master, sono anche quelli che ritengono l’istruzione appagante come fine ultimo. In generale, però, nonostante il 50% dei neolaureati occupati consideri efficace la propria laurea nel lavoro svolto, si è registrato in Italia, dopo dieci anni di andamento negativo, un incremento degli iscritti all’università nell’anno 2015-16. Un piccolo aumento in realtà, ma che fa ben sperare.

 

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