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Pro e dilettanti nello sport, questione di genere o di convenienza?

di Silvia Capone

calciatriceLa calciatrice canadese Kaylyn Kyle ha rifiutato la convocazione della nazionale per continuare a giocare con la propria squadra di campionato femminile, l’Orlando Pride, accompagnata da titoli di giornale quali “Rio 2016 è meno sexy”, oppure “Rifiuta la convocazione la calciatrice più sexy del mondo”. L’attenzione posta sulla bellezza della donna più che sulle competenze da calciatrice, fanno eco allo sfogo che lo scorso aprile la tennista da tavolo italo-bulgara Nikoleta Stefanova ha affidato ai social. La campionessa italiana causa maternità non ha potuto partecipare al ritiro della federazione ed è stata perciò, a suo dire, esclusa dal terzetto in corsa per le qualificazioni dei giochi di Rio. La bellezza fisica, come la maternità sono spesso fardelli ingombranti per le atlete, che mettono in luce la disparità esistente anche nel mondo sportivo tra uomini e donne. La discriminazione avviene dal punto di vista retributivo, si stima che una donna nello sport guadagna almeno il 30% in meno di uno sportivo uomo, ma non solo. Si parla infatti di una disparità consentita in Italia, poiché una norma del 1981 conferisce il potere alle federazioni, alle quali conviene economicamente di più sostenere il dilettantismo, di stabilire quali sport siano da considerarsi professionistici. Tra i pochi riconosciuti come tali – calcio, basket, golf, ciclismo, il motociclismo non più tra questi dal 2011 – non rientra nessuna categoria femminile. Ciò significa che le donne, qualsiasi sport pratichino, indipendentemente dalle vittorie e dalle medaglie olimpiche conquistate, sono considerate dilettanti. La differenza con i professionisti, oltre nella definizione denigratoria, è evidente nelle retribuzioni, infatti il tetto massimo per il dilettantismo è di 22 mila 500 euro annui. È così contestualizzata l’affermazione di Josefa Idem, ex canoista e campionessa olimpica, secondo la quale “a parità di carriera sportiva alla fine quello che conta è la bellezza”, perché permette di guadagnare sponsor e continuare a praticare uno sport, oneroso, come lavoro.
Essere ritenuti dilettanti ha però altri inconvenienti come la mancanza di tutele contrattuali e previdenziali, tra gli esempi il caso della Stefanova, esclusa perché incinta e la testimonianza di una cestista di serie A1 che al Meeting Nazionale dello Sport Femminile di settembre 2015 raccontava: “Quando i nostri procuratori ci portano le ipotesi di accordo con un nuovo club ci dicono sempre “Due cose non devi fare: finire in galera o restare incinta”. Come se le due cose fossero paragonabili, ma nel mondo dello sport non è cosa rara la clausola anti-maternità, che permette al datore di lavoro, quindi la società, di rescindere il contratto se l’atleta è in stato di gravidanza. Portavoce della necessità di cambiamento sono le atlete oggi più famose, tra le quali Idem, che si impegnò per abbattere i pregiudizi gareggiando alle Olimpiadi da incinta, e Valentina Vezzali, campionessa olimpica di fioretto e ora deputata, che afferma in un’intervista in merito alla questione di volersi impegnare nel portare avanti la battaglia per la modifica della legge del 1981 “proprio perché lo sport è rispetto di genere”. Per farlo “occorre però collaborare con tutti gli attori coinvolti per evitare che la legge, una volta depositata, resti in un cassetto”. Collaborare proprio perché il dilettantismo non è un problema esclusivamente femminile, come lo giustifica il presidente del Coni Giovanni Malagò, secondo il quale “il problema non sono loro . Ci sono anche atleti uomini, che giocano a pallavolo ai massimi livelli e si allenano tutti i giorni, che non sono professionisti”.
Il problema è quindi una disparità di genere, una discriminazione di sport o una mera decisione economica?

 

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