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La birra e gli italiani, in crescita produzione e consumi

Siamo ancora molto distanti dai valori dei principali paesi produttori, ma la birra accompagna sempre più le nostre vite. Spesso con un occhio alla convenienza
di Redazione

È notizia di qualche giorno fa che l’Istat ha inserito la birra artigianale (tra le altre) nel nuovo paniere, quello che verrà utilizzato per calcolare l’inflazione nel 2017. La scelta conferma un elevato standard di consumo che però, a ben vedere, interessa piuttosto l’intero settore. Per birra artigianale, di solito, si intende quella prodotta da piccoli birrifici indipendenti che non operano sotto licenza o per conto di grandi marchi. Ma che siano artigianali o no, poco importa: agli italiani la birra piace, eccome.

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PRODUZIONE E CONSUMO DI BIRRA IN ITALIA
L’ultimo Rapporto Italia dell’Eurispes ricorda come nel nostro paese la birra abbia fatto registrare tra gli anni ’80 e ’90 un’impennata in termini di consumo e gradimento. “I consumi – si legge nel Rapporto – sono infatti saliti dai circa 9,5 milioni del 1980 agli oltre 14 milioni del 1990, così come i litri consumati pro capite hanno avuto un’impennata nel decennio considerato: erano 16,7 i litri a testa consumati nel 1980, saliti a 25,1 nel 1990”. Nel decennio successivo i consumi hanno evidenziato un passo più contenuto, ma comunque importante portando ad un ulteriore incremento. Mentre il 2015 è l’anno in cui la produzione di birra ha superato i 14 milioni di ettolitri e il consumo pro capite ha raggiunto quota 30,8 litri, avvicinandosi al massimo storico che risale per la precisione al 2007 (31,1; elaborazione Eurispes su dati AssoBirra). Non a caso, nel medesimo lasso di tempo, sono aumentate le importazioni, a conferma di una domanda tutt’altro che trascurabile.

CHE TIPO DI BIRRA COMPRIAMO
L’Eurispes sottolinea – guardando però al mercato della grande distribuzione – che la tipologia più acquistata è la birra chiara di bassa gradazione alcolica (dai 4 ai 6 gradi), “affiancata da un’enorme crescita del segmento delle birre ‘speciali’ (lager forti, lager rosse e scure e birre ad alta fermentazione)”. Conta anche la convenienza, certo, se consideriamo un prezzo medio al litro di 1,74 euro. A seguire le birre chiare sopra i 6 gradi, il cui prezzo si aggira attorno ai 3,76 euro: nel 2015 hanno raggiunto un valore di oltre 100 milioni di euro. Al terzo posto si collocano invece quelle aromatizzate, 2,55 euro al litro. Poi le birre bianche (2,62 euro al litro) e le rosse (3,33 euro al litro). L’unica flessione dei volumi venduti comprende le scure, nonostante il valore cresciuto del 2,1. In fondo troviamo le birre trappiste o di abbazia, con ogni probabilità per via del costo più elevato.

L’IMPATTO OCCUPAZIONALE DEL SETTORE
Gli occupati in questo settore – sottolinea ancora l’Eurispes – sono scesi in tre anni del 5% (erano 144 mila nel 2012, 137 mila nel 2015). L’occupazione diretta conta 5.350 addetti, quella indiretta 17.400, mentre considerando l’indotto allargato si arriva a quota 137 mila. Aspetto importante è il contributo dei piccoli birrifici (di cui si diceva all’inizio), che sono in costante aumento e offrono spunti interessanti in fatto di innovazione nei processi produttivi.

LA PRODUZIONE NEL MONDO
Nel 2008 era l’Europa a guidare la produzione mondiale, ma appena un anno dopo il primato cominciava ad essere asiatico. La classifica dei paesi produttori di birra è così ripartita: al primo posto la Cina, che da sola incide per circa un quarto (24,4%) della produzione globale della bevanda (472 milioni di ettolitri nel 2015). Al secondo ci sono gli Stati Uniti (224 milioni di ettolitri) mentre in terza posizione si piazza il Brasile (139 milioni di ettolitri). Quarto posto – primo paese europeo – per la Germania: 96 milioni di ettolitri nel 2015.

 

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