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Lavoriamo troppo? Il valore del riposo

Molti studi hanno messo in luce come non vi sia una reale correlazione tra aumento delle ore lavorate e crescita della produttività. Dallo smart working agli altri modelli organizzativi, quale importanza attribuire al tempo libero e al sonno?
di Silvia Capone e Fabio Germani

Lavoriamo troppo o troppo poco? E soprattutto: la produttività aumenta in proporzione alle ore lavorate? Quanto è importante il riposo nelle nostre vite? Sono domande che sociologi del lavoro e studiosi si stanno ponendo da diverso tempo, da quando la società ha imposto ritmi frenetici quale chiave del successo professionale. Da qualche anno il dibattito sull’orario lavorativo è tornato all’attenzione anche grazie all’opera di Arianna Huffington, fondatrice dell’Huffington Post e sostenitrice dell’importanza della pausa dal lavoro e in generale della necessità individuale di almeno otto ore di sonno. Secondo la giornalista ora imprenditrice con Thrive Global, società che si occupa di produttività e salute, il tempo dedicato al riposo è essenziale per la riduzione dello stress e della depressione, l’aumento della concentrazione e potenziamento delle difese immunitarie, ma anche per utili meno diretti come l’avanzamento di carriera, conseguenza di migliori rapporti e performance lavorative. Il titolo del suo ultimo libro non ammette repliche: La rivoluzione del sonno.

Più si lavora, più si è produttivi è una teoria che vale sempre? Alcuni recenti dati Ocse dimostrerebbero il contrario. La Grecia è tra i paesi in Europa in cui si lavora, da contratto, il maggior numero di ore, tuttavia non corrispondenti a una proporzionale crescita della produttività rispetto ai restanti paesi dell’UE. Per questo motivo dal riposo dei lavoratori trarrebbero vantaggi anche i datori che intendono incoraggiare un miglior processo decisionale e una maggiore concentrazione dei propri dipendenti. La posizione che elogia i benefici ristoratori del riposo da lavoro è ormai molto accreditata nell’opinione pubblica e sostenuta da diversi studi che condannano l’overworking, causa di stress e distrazioni che possono portare – nei casi più estremi – a incidenti e infortuni. Uno, tra i tanti, è l’esperimento condotto in Svezia in una casa di riposo: per un anno 68 infermiere hanno sostenuto turni di 6 ore pur mantenendo il livello salariale delle 8 ore. Il gruppo di studio ha evidenziato una maggiore produttività, a cui si accompagnava una diminuzione dei giorni di permesso presi e un più alto livello di felicità dichiarata che si traduceva in servizi di maggiore qualità e in benessere per il paziente. Bisogna però tenere conto dei costi economici: diminuendo l’orario lavorativo, l’istituto ha dovuto assumere altro personale il cui salario è stato coperto solo per metà dall’aumento della produttività e dai risparmi derivanti da permessi non presi dalle altre infermiere. Anche l’attuale dibattito in Italia sull’apertura incondizionata degli esercizi pubblici va in questa direzione: o si gettano le basi per un’organizzazione equa del lavoro – è più o meno l’idea condivisa tra chi si dice contrario a questa possibilità –, oppure si corre il rischio di far lavorare in maniera costante le stesse persone con possibili ripercussioni su vita familiare e sociale.
Altri studi in materia attestano che chi dorme un buon numero di ore a notte è produttivo e guadagna di più. Cosa farsene, allora, degli archetipi di supermanager – da Tim Cook a Marissa Mayer – dediti al lavoro forsennato? Ovviamente non tutti concordano ed è facile imbattersi in ricerche che confermano o smentiscono le due tesi opposte. C’è pure chi ritiene che la produttività non sia legata tanto all’orario lavorativo, quanto alla qualità del lavoro stesso. Non senza correre il pericolo, spesso, di derive negative. Un esempio è proprio lo smart working, modalità di lavoro che tenta di conciliare il migliore benessere del lavoratore con un risultato più alto in termini di efficienza. Secondo l’Osservatorio Smart Working del Politecnico di Milano tale modalità aumenta la produttività del 15-20%, da aggiungere ad un abbattimento dell’assenteismo, ma a quale prezzo? Diverse società stanno sperimentando questi modelli organizzativi, altre – compresi alcuni colossi della Silicon Valley – prediligono concedere benefit interni. Come si intuisce, la linea è sottile. I detrattori dello smart working si dicono sicuri che aumenti le ore effettive di lavoro, corrodendo ulteriormente il confine tra vita privata e vita lavorativa.

GALASSIA LAVORO

 

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