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L’evidente stallo dell’occupazione in Italia

Gli organi di informazione hanno dato molto rilievo alla crescita della disoccupazione fra gli ultracinquantenni. Un fenomeno, che se si riproporrà nei prossimi mesi, dovrà essere meglio indagato
di Fulvio Fammoni*

I dati Istat (marzo 2017) confermano l’evidente stallo della dinamica dell’occupazione in Italia. Il solco rispetto all’Europa si amplia, mentre sempre più si avvicinano le nostre performances a quelle dei paesi in coda nella graduatoria, ad esempio per quanto riguarda la disoccupazione che continua a crescere (solo Grecia, Spagna e Cipro fanno peggio di noi, ma con dinamiche ad esempio in Spagna in controtendenza). A marzo l’occupazione cala di 7 mila unità con una decrescita fra i lavoratori indipendenti, la disoccupazione sale all’11,7%. È certamente vero che sul dato della disoccupazione incide l’emersione di una quota di inattività, ma oltre 3 milioni di disoccupati ufficiali sono tanti e tutti sanno, anche se non lo dicono, che all’interno dell’inattività si nascondono altre centinaia di migliaia di disoccupati (che peraltro tali si definiscono, pur non avendo tutti i requisiti formali, nelle interviste Istat).

Gli organi di informazione hanno dato molto rilievo alla crescita della disoccupazione fra gli ultracinquantenni. Il dato di marzo in effetti, alto e in controtendenza rispetto ai mesi precedenti, non è spiegabile solo con un pur modesto incremento dei pensionamenti fra i lavoratori autonomi rispetto allo stesso periodo dello scorso anno.È possibile che si preannunci un nuovo fenomeno nell’attuale fase della crisi: che in quella fascia di età, in caso di perdita del posto di lavoro e in mancanza di possibilità di pensionamento o di ammortizzatori, si verifichi un diretto accesso alla disoccupazione? Si tratta di un fenomeno, se si riproporrà nei prossimi mesi, che deve essere meglio indagato.
Ma il vero dato da osservare è la costante e crescente precarizzazione del mercato del lavoro italiano. Su base annua, quasi il 54% delle nuove assunzioni è in forma temporanea.
Finiti gli sgravi triennali dunque (anche adesso esistono sgravi in forma ridotta che però evidentemente non interessano alle imprese), le regole del jobs act non sono in grado di garantire buona occupazione e bisogna cambiarle seguendo le proposte della Carta dei Diritti della Cgil.
Ma soprattutto, il sistema produttivo non è attualmente in grado di produrre una crescita adeguata della quantità di lavoro. Infatti, se gli occupati nell’ultimo anno sono cresciuti di 213 mila unità, ben 267 mila (nonostante il calo di marzo) sono nella fascia di età di 50 anni e più, in cui opera il blocco delle pensioni, mentre si registra un calo di oltre 100 mila unità nella fascia di età 25-49 anni.
Si ripropone quindi, un problema di quantità e qualità dello sviluppo italiano, a partire dagli investimenti privati e pubblici che, invece, nel 2016 sono ancora in fase calante.

*Presidente della Fondazione Giuseppe Di Vittorio

 

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