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Il Regno Unito alla prova del voto

Giovedì 8 giugno il paese è chiamato a votare per il rinnovo dell'House of Commons, la camera bassa del parlamento britannico. Brexit e terrorismo i principali temi della campagna elettorale
di Fabio Germani

Una campagna elettorale che avrebbe dovuto avere al centro dell’agenda un unico, grande tema, è stata sconvolta negli ultimi giorni dal terrorismo. Non che la Brexit sia ora passata in secondo piano, ma gli effetti e le scelte politiche derivate dall’esito del referendum del giugno 2016 già venivano dati per scontati, soprattutto se a vincere saranno i conservatori di Theresa May, che hanno avviato le primissime fasi del processo di uscita del Regno Unito dall’Unione europea. Il terrorismo, dicevamo, ha però sconvolto i programmi. Tre attacchi in tre mesi: il primo a Londra, il 22 marzo, sul Westminster Bridge (cinque i morti, circa 50 i feriti); il secondo il 22 maggio al termine del concerto di Ariana Grande alla Manchester Arena (23 i morti compreso l’attentatore suicida, oltre cento i feriti); il terzo di nuovo a Londra, il 3 giugno, stavolta sul London Bridge (sette i morti, 48 i feriti). «Quando è troppo è troppo», è stato il lapidario commento della premier May sui recenti eventi rivendicati dall’Isis. Giovedì 8 giugno il Regno Unito è chiamato a votare per il rinnovo dell’House of Commons, la camera bassa del parlamento britannico.

2010 Official Downing Street pic.jpg
Prime Minister’s Office – http://www.number10.gov.uk/tour/, OGL, Collegamento

LA QUESTIONE TERRORISMO E LA CAMPAGNA ELETTORALE
Nel mentre è accaduto che, da quando Theresa May ha annunciato la decisione di andare al voto anticipato – era il mese di aprile – allo scopo di rafforzare la maggioranza, quindi la sua posizione di premier e avere più forza contrattuale in vista dei negoziati per la Brexit, si siano accorciate le distanze tra luburisti e tories, sondaggi alla mano. Il che è un dato da non sottovalutare, considerato che all’inizio i conservatori viaggiavano addirittura 20 punti sopra il partito guidato da Jeremy Corbyn. Quanto, davvero, gli ultimi avvenimenti saranno in grado di spostare in termini di consensi – in pochi giorni, oltretutto – è difficile a dirsi, ma entrambi gli schieramenti sono stati accusati di avere “politicizzato” la questione terrorismo.
Ora Theresa May potrebbe promuovere politiche restrittive: controlli più selettivi per gli ingressi nel paese (cosa in parte già contemplata nel programma presentato dal partito conservatore) e nuovi accordi internazionali sulla sicurezza online, al fine di evitare che l’estremismo si possa diffondere in rete. Corbyn, al contrario, ha attaccato la premier per il taglio di 20 mila agenti quando era ministro dell’Interno, avanzando una richiesta di dimissioni.

BREXIT
I capitoli più importanti della campagna elettorale, però, restano i negoziati con Bruxelles. La strada intrapresa è quella dell’hard Brexit, che non contempla esclusivamente l’uscita dall’Unione europea, i suoi trattati e la rinuncia ai posti in Consiglio e al Parlamento, ma soprattutto l’allontanamento dal mercato unico. Theresa May, che durante la campagna referendaria si schierò per il remain alla stregua dell’ex premier David Cameron, lo ha ripetuto ancora di recente: Brexit è una grande opportunità. Di qui la decisione, a sorpresa poiché dapprima negò questa possibilità, del voto anticipato alla luce dei mal di pancia avvertiti a Westminster, con i laburisti che minacciavano di votare contro il possibile accordo conclusivo e i liberaldemocratici che a loro volta promettevano un forte ostruzionismo. L’intenzione, dunque, è di passare da una maggioranza esile ad una più solida, utile per governare il cruciale passaggio. Corbyn è favorevole ad una soft Brexit, ovvero il rispetto del risultato del referendum, ma in un contesto di rapporti stretti – commerciali in primo luogo – con l’Europa, neppure escludendo il versamento di una somma per lasciare l’UE (oltre alla garanzia ai cittadini europei residenti in Gran Bretagna di poter restare). Un dettaglio già oggetto di polemiche, alcune settimane fa, quando il Financial Times aveva stimato fino a 100 miliardi di euro il dovuto di Londra e il ministro degli Esteri britannico Boris Johnson, dall’altra parte della barricata e tra i più convinti sostenitori del leave, che aveva sostenuto il diritto ad un rimborso sostanzioso da parte della Banca europea di investimenti (BEI) e in beni immobiliari. Due approcci diametralmente opposti per una questione che verrà risolta (forse) in due anni e che verrà avviata formalmente il 19 giugno. La versione dei tories è: meglio non avere alcun accordo (“no deal”) che averne uno cattivo.

Il primo dibattito televisivo May-Corbyn, Sky News, 29 maggio 2017

L’ECONOMIA
Alla vigilia del referendum, molti studi avevano messo in guardia sull’impatto (negativo) che la Brexit avrebbe avuto sull’economia britannica. Nel frattempo le cose non sono cambiate granché e si ritiene – molto più in vista di una hard Brexit – che il conto sarà maggiore per il Regno Unito, con la quota di esportazioni di beni e servizi che ha un peso non indifferente sul PIL. Ad oggi, tuttavia, gravi ripercussioni non sono ancora state avvertite, sebbene l’economia sia apparsa in lieve rallentamento. Il Prodotto interno lordo ha infatti registrato un ulteriore passo indietro: su base annua, la crescita è stata del 2%, meno del +2,1% stimato nella prima lettura, mentre rispetto al trimestre precedente si rileva un +0,2% dallo 0,3% indicato nella stima preliminare. Nell’ultimo periodo dell’anno scorso il PIL era aumentato dello 0,7% sul trimestre precedente. Sul fronte occupazionale si evidenzia nel mese di aprile un incremento del numero di quanti hanno fatto richiesta del sussidio di disoccupazione, ma ad un ritmo inferiore rispetto a marzo. Il tasso di disoccupazione, invece, è calato al 4,6% nel primo trimestre del 2017, attestandosi su valori minimi da 42 anni. Nello stesso periodo stabile il numero degli occupati. Il tasso di crescita dei salari medi ha mostrato infine una variazione del 2,1%, in leggero calo dal 2,2% del trimestre precedente.
Galvanizzato probabilmente dai sondaggi che lo hanno dato in netto recupero, Jeremy Corbyn ha promesso «un milione di buoni posti di lavoro», quindi stabilità economica per quelle fasce di popolazione che sono rimaste indietro. Sul clima il leader laburista ha avuto parole dure per Theresa May, colpevole a suo dire di non avere preso una posizione chiara – sulla scia di quanto fatto invece da Germania, Francia e Italia – sulla decisione statunitense di abbandonare l’accordo di Parigi.

COSA DICONO I SONDAGGI
L’incognita è l’assegnazione dei seggi dopo il voto: il sistema elettorale nel Regno Unito è un maggioritario puro e i partiti presentano un solo candidato in ogni collegio (vince quello che ottiene la maggioranza relativa dei voti). In questo modo sono i partiti con il bacino elettorale più ampio a spartirsi i seggi, non necessariamente il riflesso del totale dei voti presi su scala nazionale. Al momento non c’è ragione di credere in un vero e proprio ribaltone, nonostante il recupero importante dei laburisti. Dagli iniziali 20 punti di distacco si è passati ad una situazione più contenuta, circa sette-nove lunghezze nella media dei sondaggi. I confronti televisivi, secondo diversi osservatori, potrebbero aver spostato poco la geografia del consenso pure in un contesto di entusiasmo che Corbyn – quasi incredibilmente – è riuscito a dirottare su di sé. È più probabile, insomma, che una eventuale perdita di voti ai danni dei conservatori possa maturare per una discutibile gestione del vantaggio e qualche passo falso di Theresa May su alcune questioni ritenute fondamentali (le elezioni anticipate prima negate poi annunciate, l’uscita dall’UE…). Inoltre quella geografia è profondamente mutata nell’arco di un solo anno: ad esempio lo UKIP, il partito già di Nigel Farage che “trionfò” in occasione della vittoria del leave al referendum, è ora in caduta libera. Altro aspetto da non dimenticare: Jeremy Corbyn non gode del pieno sostegno del suo schieramento. Un anno fa i parlamentari laburisti approvarono una mozione di sfiducia nei suoi confronti, costringendolo a nuove primarie. Le divisioni interne potrebbero rivelarsi non un problema di poco conto l’8 giugno, contenere l’avanzata dei tories potrebbe perciò essere un successo non trascurabile per il Labour. Le ultimissime rilevazioni sembrano paventare un ulteriore calo per i conservatori, scenario che non escluderebbe allora l’ipotesi del cosiddetto hung Parliament. Nel caso, alleanze dopo il voto appaiono complicate: i LibDem di Tim Farron non sono disposti a ripetere l’esperienza del 2010, quando Nick Clegg entrò nel governo di David Cameron. Un accordo tra il Labour e lo Scottish National Party (SNP) di Nicola Sturgeon non è detto che basti. Mentre una vittoria di misura dei conservatori – che non muterebbe più di tanto il quadro attuale – non sarebbe certo una soluzione gratificante per Theresa May.

@fabiogermani

 

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