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Soddisfatti, ma non troppo: il BES 2017

L'Italia è uscita dalla crisi più profonda, ma i suoi effetti si fanno ancora sentire. Aumentano i redditi, ma anche le diseguaglianze. La diffusione del benessere, in sintesi, non è avvenuta in maniera omogenea in tutto il paese. Emergono divari territoriali, sociali e generazionali. Così il Rapporto sul benessere equo e sostenibile dell'Istat
di Redazione

Nel 2016 siamo usciti dalla crisi, tuttavia quest’ultima ha lasciato strascichi evidenti. Quest’ultima, infatti, ha cambiato la struttura produttiva, i comportamenti individuali, le politiche pubbliche. E il benessere, che pure complessivamente è migliorato durante la ripresa, non si è diffuso in maniera omogenea in tutte le fasce della popolazione e in tutte le aree geografiche. Sono cresciuti i redditi, ma allo stesso tempo sono aumentate le diseguaglianze e le condizioni delle nuove generazioni sono peggiorate. Così quella che emerge dal Rapporto sul benessere equo e sostenibile (BES 2017) dell’Istat è un’Italia a due facce: un paese che sta uscendo dalla crisi, ma che continua a mostrare delle crepe profonde e difficili da riparare.

Tra i vari aspetti analizzati – il BES è un rapporto che considera un ampio numero di indicatori – la soddisfazione per la propria vita. In Italia, osserva l’Istat, la soddisfazione per la propria vita mostra netti segnali di miglioramento nel 2016, con il 41% degli individui che esprime una elevata soddisfazione (punteggio tra 8 e 10), contro il 35,1% del 2015. Ma ad una maggiore soddisfazione per la propria condizione attuale si affianca una certa cautela rispetto a quella futura. «La quota di quanti guardano al futuro con ottimismo, pensando che la propria situazione nei prossimi cinque anni migliorerà, diminuisce nel 2016 (26,6%, era il 28,1% nel 2015) mentre aumenta l’incertezza, misurata da un incremento dal 23,5% del 2015 al 25,4% dell’incidenza di chi non sa valutare». Anche il tempo libero, aggiunge l’Istat, rappresenta una dimensione di soddisfazione importante nei giudizi della popolazione. Nel 2016 la quota di chi è soddisfatto del proprio tempo libero è pari al 66,6%, stabile rispetto al 2015. Ad ogni modo elementi come la soddisfazione economica (il mercato del lavoro, tra gli altri, vede crescere il tasso di occupazione, ma le distanze con la media europea non si riducono) e la salute (altro ambito in cui si rilevano miglioramenti) influiscono significativamente sull’indice complessivo, con una chiara distanza tra chi è soddisfatto e chi non lo è in ciascuna delle due dimensioni. A tale proposito è interessante osservare cosa spiega l’Istat: «È possibile individuare una gerarchia di influenza nei giudizi positivi o negativi espressi per i diversi ambiti di vita: se si è soddisfatti per la condizione economica si ha una probabilità più elevata di esprimere punteggi alti di soddisfazione per la vita in generale; dire che si è “molto” soddisfatti per il tempo libero o per le relazioni familiari o per la salute si associa a probabilità simili di elevata soddisfazione generale, mentre meno influente è l’effetto delle relazioni amicali. Per quanto riguarda le aspettative future, l’essere ottimista influenza la probabilità di avere un’elevata soddisfazione per la vita, ma meno di quanto avvenga per la situazione economica».

Non è semplice fare un paragone a livello internazionale poiché non esistono indagini armonizzate a livello europeo che consentano di confrontare annualmente la dimensione del benessere soggettivo, tuttavia se si guarda ai trend relativi al triennio 2014-2016 l’Italia – sempre a proposito della soddisfazione per la vita – si posiziona nella parte bassa della graduatoria dei paesi dell’area Ocse. A conferma, dunque, di una percezione di disagio che in questi anni si è fatta sentire più che altrove. E che in qualche misura può essere spiegata (anche) dalle differenze territoriali: il miglioramento del 2016 nella soddisfazione per la propria vita è osservabile in tutto il Paese «e in particolare nel Mezzogiorno», afferma l’Istat. Eppure il differenziale tra il Nord e il Sud rimane, ancora oggi, significativo (10,6 punti percentuali).

 

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