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Cosa sono e come operano gli Hedge Funds

Fondi speculativi, questi sconosciuti. Al centro della questione, oggi, emerge una competizione tra forze opposte, polarizzatesi su una dualità di interessi antitetici: quelli nazionali e quelli internazionali. Ma è davvero così? Proviamo a fare chiarezza
di Marco Perazzi

Come un deja-vu è riapparsa nelle ultime settimane, a tutti i livelli di dibattito pubblico (giornali, televisioni, social network), la polemica tra il partito della sovranità popolare e quello dell’ortodossìa comunitaria. A riaccendere gli animi delle opposte fazioni è ancora una volta, come già accaduto nel 2011 sul finire dell’ultimo governo Berlusconi, il nervosismo dei mercati finanziari, da un lato, e gli ammonimenti della Comunità europea al Governo italiano dall’altro. Seppur cambiati i protagonisti delle governances politiche e gli interpreti della volontà popolare, il dibattito si articola intorno al cliché già sperimentato negli anni passati: quale diritto possono mai avere istituzioni politiche sovranazionali ed operatori privati finanziari nel condizionare e mortificare la volontà di un popolo e le decisioni del suo governo? Ed in quale misura quest’ultimo deve sottostare obbediente alle rigide regole dei primi, imposte in sfregio alle legittime decisioni suffragate da un voto democratico e popolare?

L’analisi di questa polemica, per la sua stessa proposizione, dovrebbe intuitivamente indurre ad una lettura trilaterale degli interessi in gioco, tenendo in conto, cioè, delle almeno tre diverse prospettive coinvolte: istituzioni nazionali, comunitarie, operatori finanziari internazionali.
Nell’attualità del dibattito, quantomeno di quello più diffuso, sembra invece oramai essersi imposta la chiave di lettura proposta dai partiti di orientamento cosiddetto sovranista. Al centro della questione vi sarebbe cioè una competizione tra forze opposte, polarizzatesi su una dualità di interessi antitetici: quelli nazionali e quelli internazionali, questi secondi indistintamente accomunati da logiche a fattor comune, tanto politiche quanto economiche. Va altresì aggiunto che, per via di una probabilmente più efficace strategia di comunicazione, i sostenitori di questa lettura sembrano essere riusciti a ricondurre il confronto con gli oppositori sul loro terreno, massimizzando così i loro consensi attorno alla “romantica” difesa dei diritti dei “molti e deboli” di fronte alla soverchia arroganza dei “pochi ma potenti”.

Al di là delle opinioni di merito, andrebbe però reimpostato il dibattito in modo utile a che le opinioni stesse possano poi confrontarsi, sulla base di una corretta proposizione dei temi. Vi sono infatti due sfere che vanno tenute distinte, quella politica e quella finanziaria, in funzione delle quali anche i soggetti interessati (governo nazionale, comunità europea, mercati finanziari) rispondono ad un ruolo specifico. Sul piano politico, può sì riconoscersi una contrapposizione di interessi fra due livelli di rappresentanza, quelli del governo nazionale e della Comunità europea, e tuttavia entrambi legittimi e legittimati nonché vincolati reciprocamente da impegni ed accordi precedentemente stipulati ed accettati.
Sul piano finanziario, la disputa tra Governo nazionale e mercati va invece ricondotta alle naturali dinamiche che regolano i rapporti tra un creditore ed un debitore.

Nell’affrontare di seguito solo il secondo aspetto, si può partire da due concetti ben presenti e già chiari ad ogni comune cittadino: il concetto che ognuno di noi vanta un merito creditizio diverso nei confronti delle banche (nella stipula del mutuo per l’acquisto della casa, nella richiesta di un finanziamento per la propria impresa); il concetto che l’aspettativa che i propri risparmi, se depositati in banca, non perdano valore nel tempo (ma, anzi, plausibilmente ne guadagnino), si basa sul principio stesso che qualcuno (la banca) trae un profitto nel prestare i nostri soldi a chi ne faccia richiesta. A ciascuno di noi capita, nella propria vita personale e professionale, di agire sia da creditore che da debitore. Gli interessi che maturiamo sui nostri risparmi derivano dall’opera di intermediazione di operatori a cui affidiamo i nostri soldi affinché li reimpieghino sul mercato per ottenerne un rendimento da ritornarci, in parte, successivamente. Viceversa accade quando gli interessi sono quelli che dobbiamo pagare noi su una somma presa a prestito. Il meccanismo descritto, che altro non è che la trasmissione del credito su cui si basa l’economia, gravita attorno al ruolo imprescindibile di chi, per mestiere, presta capitali con l’unico obbiettivo di ottenerne un rendimento ed un guadagno. Ciò detto, è difficile comprendere il motivo per cui la semplicità del meccanismo e la trasparenza degli interessi in gioco possano indurre i più ad ipotizzare che, quando il prestito di capitali e gli interessi associati riguardano i debiti degli Stati, intervengano altre regie, più o meno oscure, a muoversi dietro le quinte. Si può forse ipotizzare che il ruolo e la fama degli Hedge Funds (HF), o fondi speculativi (come il fondo Quantum, di proprietà di George Soros, per intenderci), contribuiscano in maniera importante a tale percezione. Ma chi sono e come operano questi speculatori internazionali? E sono davvero mossi da tanta malvagità?

Gli Hedge Funds sono innanzitutto dei gestori di fondi, ovvero di capitali raccolti tra una platea di investitori in cerca di attività ad alto rendimento; proprio per questa ragione sono detti anche “speculativi” in quanto il grado di rischio che sono disposti ad accettare è più alto di quello dei tradizionali fondi comuni o fondi pensione che, nell’ottica di garantire un rendimento più modesto ma relativamente sicuro, adottano strategie più conservative. Per loro stessa natura, dunque, gli HF si rivolgono, e sono resi disponibili, solo a determinati investitori, per via di una leva finanziaria illimitata e tecniche di investimento estremamente sofisticate. In buona sostanza, sempre in via di massima esemplificazione, al comune cittadino (a cui è associato un profilo di rischio più basso) non è data la possibilità di sottoscrivere contratti con questa categoria di gestori. Per quanto detto gli HF concentrano il loro interesse proprio sui titoli più rischiosi, e più un emettitore di debito tradisce dei punti deboli, più quest’ultimo si espone a diventare la “preda” prediletta dei primi. Quanto alla sofisticazione dei prodotti finanziari su cui gli HF operano, tra i più controversi e “criminalizzati” dalla pubblica opinione vi sono i cosiddetti Credit Default Swap (cds), strumenti con cui gli investitori cercano di coprirsi nell’eventualità che un determinato evento negativo (finanziario, ovviamente) si verifichi. Così come una polizza assicurativa contro il rischio di terremoti ha un naturale appeal per il cittadino che desidera assicurare il proprio immobile in una zona ad alto rischio sismico, i cds sono estremamente utili per chi desidera costruirsi una garanzia sulla capacità dei suoi debitori di far fronte ai loro obblighi. Il cds è inoltre uno strumento di copertura per chi opera, come gli HF, con un’ulteriore strategia altamente rischiosa di investimento, come le vendite allo scoperto (short selling), anch’essa additata tra le dinamiche colpevoli di aver affamato interi Stati ed i loro popoli.

Per comprendere il funzionamento di queste ultime, basta pensare all’inversione dei passaggi con cui, di consuetudine, si consegue un guadagno: anziché comprare un titolo ad un prezzo e rivenderlo ad uno superiore (comportamento rialzista), si vende anticipatamente un titolo (senza possederlo realmente) scommettendo sulla probabilità di comprarlo successivamente ad un prezzo inferiore. Le possibilità di guadagno ed i rischi delle due diverse strategie (rialzista e ribassista) sono ovviamente asimmetriche tra loro: chi vende allo scoperto, infatti, accetta una limitazione sulla possibilità di guadagno (differenza, quando positiva, tra il prezzo di vendita e quello di acquisto) a fronte di un rischio di perdita potenzialmente illimitato (differenza negativa, in questo caso, tra il prezzo di vendita, fissato, e quello di riacquisto, potenzialmente molto maggiore).

Per arrivare alle conclusioni, due attendibili termometri ed indicatori per misurare l’appeal del debito italiano agli occhi degli investitori stranieri sono l’andamento dei prezzi dei cds sui titoli italiani e quello delle richieste di prestiti sui titoli di Stato (richieste che provengono da chi ha intenzione di vendere allo scoperto i titoli, prevedendo di riacquistarli a prezzi inferiori). Tornando all’attualità, la tesi di chi sostiene che l’Italia non sta andando incontro, in fin dei conti, ad ingestibili problemi nel collocamento del debito, non merita né di essere stigmatizzata né tantomeno derisa. La questione andrebbe casomai riproposta in altri termini: per quali profili di investitori e per quali strategie di investimento desideriamo rendere appetibili i nostri titoli di debito? Nell’ipotesi che si decida di non intervenire per correggere il profilo di rischio associato al nostro debito – i cui giudizi negativi riguardano più la sua qualità (finanziamento di spesa corrente ed assistenziale anziché di investimenti) che la quantità – bisogna quantomeno aver consapevolezza del fatto che gli speculatori diventano inevitabilmente gli investitori più interessati a sfruttare tale dinamica; viceversa, i fondi connotati da una gestione più prudente (che hanno in gestione i “nostri soldi”), saranno sempre meno allettati dall’idea di assumersi rischi crescenti.

In definitiva, a beneficio di una corretta riproposizione della questione più generale, va tenuto a mente che non ha alcun fondamento di merito e motivazione razionale rovesciare su sovrastrutture esterne e complotti internazionali la responsabilità dei crescenti costi del debito italiano. A ben guardare, anzi, vi è una chiara dicotomia tra gli interessi attualmente in gioco oggi, erroneamente additati come alleati in un fronte comune avverso all’interesse nazionale: da una parte vi è l’augurio e l’aspettativa di chi vorrebbe far rientrare il nostro debito fra i prodotti su cui far investire, ad un rischio ragionevole, fondi pensione, fondi comuni di investimento e banche d’affari; dall’altro vi sono altre tipologie di investitori che, per ragioni diverse ma obbiettivi simili, vedrebbero di buon grado il perpetuarsi di una condotta più spregiudicata e conflittuale con i partner dell’Unione europea, intravedendovi le occasioni propizie per massimizzare i guadagni delle proprie “scommesse”.

 

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