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Raccogliere la sfida non basta più

Cosa spiegano il voto di domenica e quella spaccatura centro/periferia

di Fabio Germani

Soltanto cinque anni fa il Pd di Matteo Renzi vinceva le elezioni europee con il 40%. Ma alle politiche di marzo 2018, il M5S risultò essere di gran lunga il primo partito con oltre il 30% dei voti, mentre il Partito democratico subiva un crollo pari al peggior piazzamento di sempre. Circa un anno dopo, un nuovo colpo di scena: la Lega di Matteo Salvini, che già a marzo 2018 aveva ottenuto un risultato storico (primo partito nell’area del centrodestra), raddoppia i consensi e vince, con il 34%, le elezioni per rinnovare il Parlamento di Strasburgo.

Foto di Free-Photos da Pixabay

È vero che tra un evento e l’altro troppe ne sono successe, dalla discesa di Renzi (culminata con la campagna referendaria del 2016 e la transizione dell’esecutivo Gentiloni) alla formazione del governo giallo-blu (con Salvini particolarmente abile a far “pesare” quel 17% preso alle elezioni di marzo nei confronti dell’inedito alleato, il M5S, azionista di maggioranza), ma è vero altrettanto che un cambio di direzione così netto in un lustro, ad ogni grande appuntamento elettorale, qualcosa deve pur significare.

Provare a dare una spiegazione razionale, a volte è più semplice di quanto non si creda. In politica possono verificarsi nel tempo dei vuoti tra domanda e offerta che qualcuno di volta in volta riesce a intercettare e a colmare, fino a quando non ricomincia un nuovo giro. È sempre stato così. Una differenza con il passato, però, c’è: oggi è tutto molto più volatile e gli scenari possono cambiare da un’elezione all’altra.

C’è un ulteriore dato, allora, che può tornarci utile: la spaccatura grandi/piccoli città, metropoli/provincia, centro/periferia. Se si vota in un modo in un caso, si voterà all’opposto nell’altro e viceversa. Questo evidente conflitto non spiega tutto, ma abbastanza. Le differenze socio-economiche tra individui non sono una scoperta dei giorni nostri, tuttavia la crisi ha acuito tensioni e malcontento. Non solo: ha spianato la strada a nuove minacce – nuove paure, reali o percepite – che nel frattempo sono sopraggiunte. Diffidenza verso il lavoratore straniero, il timore di non saper gestire le criticità derivanti da un più massiccio impiego della tecnologia nei processi produttivi, la delocalizzazione, le tutele che sfumano e la qualità del lavoro che diminuisce. Il superamento del Novecento, e di un’era industriale che è nei fatti già oltre, crea disagio. Il disagio crea rabbia e le risposte della politica tardano ad arrivare, oppure – quando arrivano – non sono giudicate ancora sufficienti.

E sia chiaro: non è un passaggio che interessa solo l’Italia. In Francia i partiti “tradizionali” sono ormai quasi irrilevanti, la Germania dell’imminente post-Merkel è a suo modo in trasformazione, anche l’America – che la crisi l’ha superata prima di altri, ma la ripresa si è distribuita in maniera tutt’altro che equa – sta attraversando una fase di stravolgimento dei suoi paradigmi. Non è una questione di “meglio” o “peggio”, ma di una presa di coscienza non più rinviabile. Lo scollamento non è tanto tra la gente e la politica, bensì tra le esigenze delle persone e le soluzioni non proporzionate ai bisogni. Raccogliere la sfida non basta più, la volatilità del voto lo dice chiaramente.

@fabiogermani

 

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